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Grande clamore, entusiasmo, incredulità, disappunto. Vari e altalenanti i sentimenti suscitati dall'annuncio (finalmente) di una riforma per le professioni, che, invece, ha deluso i più perché troppo rivolta a ridimensionare gli Ordini anziché a rinnovarli, deludendo soprattutto quelle tecniche, che non sembrano neppure più tanto libere. Eppure qualche cosa da salvare c'è, pur nel timore o nella speranza che ogni cambiamento induce in noi: la cultura del progetto e la tutela della professione – quella con pregnanza etica e sociale – dell'architetto. Per aiutarci a capire, questo numero di TAO parte dal passato, con una ricostruzione storica dell’associazionismo professionale in Italia a cura di Cristina Accornero e rivolge lo sguardo all’Europa indagando e confrontando il funzionamento e l’organizzazione degli Ordini professionali degli architetti stranieri: la Kammer der Architekten in Germania con Joachim Jobi, il Colegio de Arquitectos in Spagna con Antoni Casamor i Maldonado, l’ARB e il RIBA in Gran Bretagna con Paola Boffo e l’Ordre des Architectes in Francia con Bernard Mauplot. La ricognizione prosegue attraverso l’analisi dello stato dell’arte sulla riforma degli ordinamenti professionali con Leopoldo Freyrie e la presentazione di ipotesi alternative di strutturazione degli Ordini: il modello camerale con Giancarlo Faletti, il modello associativo con Silvio Boccalatte e il modello dell’Authority con Marco Orofino. Completano il quadro le interviste a due giornalisti: Dario Di Vico sui limiti della riforma ed in particolare sulle conseguenze per i possessori di partita IVA e Franco Stefanoni sulle difficoltà di un rinnovamento di Ordini arroccati sulla protezione dello status quo. Abbiamo voluto rappresentare questo approfondimento attraverso un'unica quanto significativa opera dell'artista architetto cinese Ai Weiwei, perché lo sguardo, la mente e la volontà si concentrino su obiettivi di valore, salvaguardando, pur nell'azione, la migliore eredità. L'invito che ne scaturisce è a non lasciarsi distrarre, a prendersi il tempo per capire, a non farsi imprigionare da questi momenti difficili e ad aggiungere colore, passione, creatività alla nostra vita, a cominciare da quella professionale. Perché, che si tratti di tradizioni culturali o di professionalità, ‘riformare’ non può essere sinonimo di ‘cancellare’. Così la pensa anche Ai Weiwei, consulente artistico degli architetti svizzeri Herzog & de Meuron per lo Stadio Nazionale di Pechino per le Olimpiadi del 2008, il quale ha assunto una posizione apertamente critica delle azioni del governo cinese in tema di democrazia, di diritti umani e di rapporto con la tradizione e con il passato. Con Coloured Vases l’artista ripropone i vasi della Dinastia Han, immergendoli in modo irriverente in secchi di vernice industriale, lasciando tuttavia traccia della decorazione della superficie originale e quindi della loro età.
16 05 2012
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