Al limite, città Stampa Email

Il limite delle città, città al limite. Ce ne parlano i Perturbazione, gruppo musicale pop rock italiano, nato a Rivoli nel 1988 e composto da Tommaso Cerasuolo – voce, Elena Diana – violoncello, Gigi Giancursi – chitarra, voce, Cristiano Lo Mele – chitarra, tastiere, Rossano Antonio Lo Mele – batteria, Alex Baracco – basso. Continuate a segnalare e votare libri, film, fotografie e canzoni.

“Questi ultimi venti anni hanno trasformato rapidamente la società in una maniera impensabile. La crescita esponenziale delle possibilità di comunicazione ha reso possibile trascendere il concetto di città. Una volta una città era un vincolo all'interno della quale, volenti o nolenti, si doveva trovare il significato della propria esistenza. E proprio per questo le città diventavano cariche di significato e sviluppavano, ciascuna, una propria personalità. Per restare in ambito italiano pensiamo a Bologna, a Palermo, a Trieste, tre esempi di città scelti a caso. Non avevano davvero nulla in comune e ognuna di queste rappresentava un universo di significato a se stante. Oggi le città sono lo sfondo, un contenitore vuoto e il significato viene riempito di volta in volta con contenuti sempre uguali e massificati. Pensiamo ad una qualsiasi via del centro e alla catena di negozi che non hanno più il cognome del proprietario come insegna, ma un marchio ben identificato. Ma, poiché la memoria dei tempi che furono non si è del tutto esaurita (in fondo una generazione sola ci separa dai tempi in cui le città erano come abbiamo descritto sopra), ognuno di noi carica di significato qualcosa che non ce l'ha più. E crediamo di vivere Milano, Napoli, Torino. In realtà stiamo conducendo la stessa vita in qualsiasi città. Perché tutto è diventato la stessa cosa. Questo è il primo limite della città. Viene quasi in mente una frase particolarmente riuscita di Jovanotti, tratta da Fango, che recita ‘un cartello di sei metri dice tutto è intorno a te, ma ti guardi intorno e invece non c'è niente’.

La città, cercando di essere ironici, è diventata come Moggi: le è stata rubata l'anima.
E, forse per reazione, si cerca a tutti i costi un'identità che è sparita per sempre nel tentativo di valorizzazione dei quartieri. Da un lato, come si diceva prima, non è necessario essere in una città per conoscerla. Da Google Street View alla tecnologia Android si può essere ovunque senza starci. Dall'altro, ci si riunisce sempre più spesso in poche centinaia di metri quadri, tentando di sviluppare il più possibile un percorso identitario. Si pensi al quartiere di San Salvario a Torino, al Quadrilatero, e a tutti gli esempi simili che stanno sorgendo in altre città. In fondo perché spostarsi se tutto è uguale?

Ma la città ha anche un costo. Ed è sempre più cara. Quindi, senza rendersene conto, i cittadini si stanno ghettizzando rendendo ai provinciali sempre più difficile l'accesso. Ecopass, parcheggi, multe. Uno sviluppo in questo senso, renderà i cittadini una specie protetta di cui si sentirà parlare ma di cui non si conoscerà più nemmeno l'aspetto. Le persone che vengono da fuori evitano il centro della città. L'unico motivo per entrarci è rimasto solo più il turismo perché i centri città sono inavvicinabili. Ma se si pensa che le ragioni del turismo risiedono in quello che i cittadini avevano fatto almeno cento anni prima (dalle case ottocentesche ai ruderi romani), si scopre che non c'è nulla di contemporaneo che attiri una persona al centro della città. Se non quello di abitarci ed autoghettizzarsi.

Questo è il secondo, enorme limite della città.”

 

09 06 2011

 

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