Solo il centro commerciale può salvare l’architettura Stampa Email



Conoscere per capire

"La conoscenza di un minimo di storia aiuterebbe a comprendere le ragioni dell’impasse e anche di soluzioni o di non soluzioni che possono essere discusse con diversa serenità se se ne conosce la storia" così Carlo Olmo nell'articolo che potete leggere tra i commenti.

Taomag chiude il dibattito sul destino dell'architettura del Novecento con l'ultimo appuntamento settimanale prima della pausa estiva. Sarà comunque possibile postare nuovi commenti. Vi segnaliamo per maggiori approfondimenti il sito di La Repubblica con il servizio sul tema realizzato in redazione con il contributo di alcuni esperti.
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Vi lasciamo con le osservazioni dell'assessore Ilda Curti:
“Il processo decisionale ha bisogno di regole. Non avere una visione elitaria delle trasformazioni urbane ma guardare ai bisogni sociali di questa città e inventare, se occorre, nuovi modi per affrontare i cambiamenti, attraverso il dibattito culturale.”

19 07 2012


L’architettura moderna: tra cura e restauro

Pier Giovanni Bardelli individua una differenza nel modo in cui un architetto opera su un edificio moderno rispetto ad un edificio antico: la vicinanza temporale e la percezione di una comunanza di intenti con i progettisti originari dell’opera fanno sì che l’architetto e il committente propendano per azioni di cura permanente anziché avviare restauri veri e propri che darebbero nuova vita all’edificio.

Tuttavia “l’esperienza porta a constatare che il progetto più coinvolgente, quello che evoca maggiori responsabilità culturali, per molti aspetti il più difficile da accettare ma che spesso è l’unico che possa salvaguardare l’edificio, è proprio il progetto che prevede l’intervento globale, che coinvolge gli spazi interni, gli impianti, l’arredo fisso, le opere di finitura per adattarli a nuove funzioni, che coinvolge anche scelte circa materiali e prodotti ed in ultima analisi il restauro completo che viene così situandosi all’interno di una rivisitazione responsabile dell’edificio nella sua interezza e nella propria individualità architettonica.”

Da Pier Giovanni Bardelli, La cura del Moderno, TAO 5.
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12 07 2012



Come salviamo l’architettura?


Con il solo obiettivo di alimentare il dibattito sul destino dell’architettura moderna, riproponiamo l’articolo “Salviamo Palazzo Gualino una testimonianza preziosa” di Marina Paglieri su La Repubblica, orgogliosi di aver premiato Palazzo Gualino Architettura Rivelata 2005. 90 gli edifici che hanno ricevuto il premio finora. Tra questi alcuni capolavori del Novecento.

Per approfondire rimandiamo a:
"Salviamo Palazzo Gualino una testimonianza preziosa", La Repubblica

TAO 02 | Qualità in architettura
TAO 05 | Regola senza regola
TAO 09 | Torino che visse due volte

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05 07 2012


Un (altro) centro commerciale dentro il Palazzo del Lavoro. Come prima il Lingotto, così adesso l’edificio di Pier Luigi Nervi, eretto a Torino in occasione di Italia ’61.
L’occasione offerta allo stabilimento Fiat del Lingotto di non essere abbattuto trent’anni fa, dopo la sua dismissione, ma trasformato nell’edificio di straordinaria complessità che è oggi, deve essere offerta anche al Palazzo del Lavoro? Ben vengano quindi le destinazioni a centro commerciale, direzionale e ricettiva a reinventare 650metri cubi di volume? 
Sembra che l’inserimento di un centro commerciale sia l’unica soluzione per salvare uno dei più pregevoli edifici di architettura moderna di Torino.
Avresti avuto un’idea migliore? Quale?

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28 06 2012

 

Commenti   

 
+3 #25 I.P. 2012-07-24 13:36
Considerando che la bellezza dello spazio architettonico è percepibile solo se il volume internamente è libero, per evitare un intervento tipo Palazzo Vela. Perchè non proporlo a chi potrebbe usarlo senza interventi "pesanti" come ad esempio alla fondazione Guggenheim cosi da offrirglio uno spazio espositovo a Torino?
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+1 #24 Carlo Olmo 2012-07-19 12:25
È davvero difficile sottrarre temi culturalmente delicati dal gusto per la semplificazione o, se si vuole, dal gioco amici-nemici che tanto bene Carl Schmitt racconta. Non a caso, appena si crea un’occasione in cui prevale la polemica sul ragionamento, ecco formarsi schieramenti, comparire appelli o evocazioni di principi più o meno violati. Quando c’è poi di mezzo l’architettura, la contrapposizion e si radicalizza: tra chi evoca un tempo roussoiano – quello innocente della progettazione primigenia – e quello laico e altrettanto sincronico di una sempre evocata economia di mercato. È un gioco di società, gratificante perché tutti possono, almeno all’apparenza, riconoscere e riconoscersi, come nell’epopea western in indiani e cowboys, decidendo ovviamente chi sono per ognuno indiani e cowboys… Al di là dell’ironia, dietro questo atteggiamento si nascondono molti giochi di ruolo, non sempre simpatici, perché non trasparenti: giochi dove lo scambio tra maschere che si indossano richiama da vicino il carnevale di Venezia.
L’ultimo tema oggetto di questi giochi è Palazzo Gualino. Tema che entra in un dibattito, quello del patrimonio dell’architettu ra del XX secolo, che ha attraversato e attraversa da più di trent’anni molte culture europee (cfr. www.docomomo.com); dibattito che non è stato in grado di sciogliere alcuni nodi fondamentali della querelle: la programmatica, limitata durata degli edifici e la loro voluta volontaria caducità, la volontà di costruire edifici riproducibili e non eccezioni, edifici in cui il paradigma della loro possibile trasformazione d’uso era ad esempio il sin troppo famoso plan libre. Non ricordare questi e altri presupposti di quelle architetture – come l’idea un po’ naif di innovazione che recavano con sé – sarebbe decontestualizz arli e far credere che non esista una profonda e difficile specificità della conservazione del moderno.
Ma i giochi che si realizzano quando si semplifica troppo la realtà producono un altro effetto deleterio: l’assoluta sincronia del dibattito, la perdita di memoria sul perché si è arrivati all’attuale situazione e alla proposta messa sotto processo. Forse da qui è più giusto ripartire, scusandomi della semplificazione che comunque sarà necessario fare.

La costituzione del Fondo Città di Torino, in cui far confluire alcuni edifici è del 2007 e viene affidato in gestione a Pirelli RE. Perché nasce il Fondo? Per valorizzare, inizialmente, 19 edifici, coinvolgendo oltre il Comune due partner privati, quali Equiter, società di Intesa Sanpaolo, e Pirelli RE (che da luglio 2010 diventa Prelios). Le quote sono pari al 35% per il Comune, al 29% per Equiter e il rimanente a Pirelli/Prelios , che ne è anche il gestore. La strategia del Fondo è distinguere ogni intervento e scegliere, attraverso una commissione tecnica cui partecipano tutti i soggetti costituitivi del Fondo, architetti torinesi di diversa generazione ed esperienza per avviare le 19 operazioni, riconoscendo la specificità dei singoli casi. Si avvia, a fianco di questa commissione tecnica, un tavolo con la Soprintendenza per discutere di ogni progetto.
Il primo intervento di restauro, quello su Palazzo Ceppi, inizia nel febbraio 2010. Palazzo Gualino stesso è peraltro uno dei primi su cui si inizia a lavorare. L’incarico affidato allo studio Baietto Battiato Bianco architetti associati porta ad un primo progetto (2008, in mostra dal 20 luglio nella sede di Urban Center Metropolitano) i cui principi ispiratori hanno nella salvaguardia della distribuzione interna e nel possibile uso pubblico-privat o dell’ultimo piano i principali presupposti.
Il progetto non trova però riscontro sul mercato e si blocca. È nel marzo 2012 che il Palazzo viene ceduto per 14 milioni di euro allo Gesco Impresit, attraverso la controllata Klg Torino, che conferma Baietto Battiato Bianco come progettisti. La nuova versione (2012), le cui differenze meglio si colgono nelle tavole esposte a Urban Center, ottiene l’approvazione della Soprintendenza e della Commissione Paesaggio Urbano della Città di Torino.
Un percorso complesso, segnato dalla crisi immobiliare e, bisogna dirlo, dalla scarsa sensibilità delle élites torinesi ad investire in spazi di grande pregio con vincoli, anche parziali, ad uso pubblico.
Ma per completare il quadro in cui si colloca la polemica bisogna conoscere la storia degli usi del Palazzo e le sue condizioni attuali. Palazzo Gualino, diventa, già negli anni trenta, sede di uffici della Fiat, con il particolare, quasi ormai leggendario, dell’ufficio dell’ultimo piano occupato da Umberto Agnelli. L’edificio viene poi ceduto all’amministraz ione delle tasse all’inizio degli anni settanta. Purtroppo non è dato sapere quante trasformazioni abbiano subito spazi, destinazioni, materiali; più sicure sono le trasformazioni di uno degli elementi allora più innovativi del Palazzo; gli impianti.

Come accade per molte architetture degli anni venti e trenta – i due casi più famosi sono Pessac (a partire dal plan de réhabilitation del 1994) e il Weissenhof (cfr. www.weissenhof2002.de) – il recupero della funzione simbolica e la monumentalizzaz ione di tali manufatti avviene quando mutano completamente le primitive destinazioni, quando diventano cioè beni rari (il contrario del modo in cui erano inizialmente stati pensati) ed entrano in un mercato del bene prezioso, a definire il quale contribuisce anche il valore di memoria che a questi edifici si attribuisce.
Esistono alternative a questo improprio processo di selezione delle architetture da conservare – un processo per sottrazione di identità – che snatura le ragioni di fondo per cui erano state costruite? La crisi della finanza pubblica, ma anche la crisi della progettualità, pubblica e privata, ad oggi non ne ha delineate e segnalate. Certo una discussione più pacata e nel merito, non solo del progetto ma anche delle condizioni economiche e sociali in cui oggi versa il mercato immobiliare, potrebbe aiutare a riprendere alcune delle soluzioni comprese nel primo progetto di Palazzo Gualino, come l’uso pubblico-privat o dell’ultimo piano (a condizione che le élites torinesi si rivelino meno pigre) o un più rigoroso rispetto delle distribuzioni che renderebbero l’attuale progetto non tanto più vicino a quello iniziale, ma forse anche di maggior pregio l’edificio stesso. L’esperienza recente del piano regolatore di Ivrea sembrerebbe confortare gli interventi in questa direzione.
Sono scelte delicate che confliggono, occorre ricordarlo, con un’altra scuola archeologica del moderno – il cui esempio forse più interessante è rappresentato dal Reichstag di Berlino – che tende a conservare i segni dei diversi usi di cui un’architettura porta i segni, testimoniando epoche, attori, abitanti. Non si può certo dire che il Reichstag sia un edificio senza qualità o che quella strategia sia contraria anche a una valorizzazione dell’architettu ra stessa.
Su un ultimo punto della polemica bisogna però essere ancor più chiari. Il problema che oggi rende la città sempre meno una città è l’occupazione del suolo pubblico da parte delle auto. Con tutti i problemi che può porre aumentare la possibilità di eliminare auto dalla strada, questa non può che essere una strategia di bene comune, da perseguire in ogni intervento; se no, davvero, la conservazione di un monumento confliggerebbe con un più generale bene comune dei cittadini.

Purtroppo, proprio per come si è costruita la polemica su Palazzo Gualino, è stato facile affiancare all’opera di Pagano e Levi Montalcini altre importanti architetture (Palazzo del Lavoro e Torino Esposizioni), oltre all’intera politica urbana realizzata nel riuso delle aree industriali lungo vent’anni. A parte l’ovvia constatazione che metter insieme coperture di spazi espostivi con un edificio per uffici è per lo meno bizzarro, occorre dire che anche in questi casi la conoscenza di un minimo di storia aiuterebbe a comprendere le ragioni dell’impasse e anche di soluzioni o di non soluzioni che possono essere discusse con diversa serenità se se ne conosce la storia. Un solo esempio.
Che il Palazzo del Lavoro dovesse essere trasformato per poter essere usato, lo ha presente lo stesso Nervi, che presenta due diversi progetti, caduti come tanti altri nel dimenticatoio (cfr. Cristiana Chiorino, scheda “Palazzo del Lavoro”, in L’architettura come sfida, 2011). Vorrei solo ricordarne due: uno della fine degli anni novanta, presentato dalla Facoltà di Architettura su commessa della Provincia di Torino al fine di ospitare uno Science Center, progetto che prevedeva l’eliminazione di una delle pareti vetrate, quella verso il parco, e un complesso gioco di recupero dell’acqua nell’edificio con interventi per ospitare il Science Center costruiti senza confliggere con la monumentalità del luogo; e il più recente (2006) progetto di riuso nell’ambito di una complessiva ridefinizione ad uso universitario dell’area di Italia ‘61, al fine di ospitare le aule per la didattica della Facoltà di Medicina.
Progetti entrambi affascinanti che si sono scontrati con la crisi della finanza pubblica e universitaria.

L’architettura fantastica è uno dei campi di studio più seducenti, quello in cui nascono forse i progetti più suggestivi. Ma perché restano tali? Una discussione che voglia non solo rimpiangere committenze, patronage e imprenditori illuminati dovrebbe forse misurarsi anche con la fattibilità dei progetti oggi, senza fare di questo l’unico vincolo, ma certo mettendo il tema sul tavolo con trasparenza.
Poi forse, proprio perché ci stiamo avviando ad una stagione del costruire nel costruito, in una fase di crisi di cui non si vede la fine, provare a ragionare su principi – non, per carità, su standard che proprio la diversità dei casi renderebbe inapplicabili – con cui affrontare il riuso, sarebbe utile e importante: e forse sarebbe nell’interesse di tutti recuperare i principi ispirativi del Fondo Città di Torino, quelli che hanno portato alla costituzione di un fondo pubblico-privat o che potesse muoversi con più libertà nello scegliere una pluralità di architetti (e di intelligenze creative) per ridare vita ad architetture quanto meno impegnative: scelta possibile solo se si arriva a costruire soggetti a proprietà plurima ma con un forte interesse pubblico.
Come si vede i piani della discussione sono davvero tanti ed intrecciati. Ma se si vuole uscire dalla logica dell’O.K. Corral, andranno praticati tutti e con pazienza.

Carlo Olmo

Progetto, rassegna stampa e altri documenti nella sede (dal 20 luglio) e sul sito di Urban Center
http://www.urbancenter.to.it/indexSchedaConf.php?id_conf=299
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+3 #23 fabia 2012-07-16 15:20
il Palazzo del Lavoro
lo trasformerei in un grande" verde serra" fruibile in ogni stagione specie nei nostri tanti mesi freddi, la mia idea non è nuova ma venuta osservando per caso una vecchia citronnier e la foto del cristal palace
grazie
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+4 #22 guido montanari 2012-07-14 19:44
A proposito di Palazzo Gualino
Ancora una volta la Città si trova a discutere intorno ai temi della trasformazione urbana, a decisioni già prese. Come se non bastasse la vicenda dei grattacieli, della trasformazione incongrua di capolavori del XX secolo (basti pensare al Palavela di Italia ‘61), dell’intervento sotto la Mole e, in generale, della scarsa qualità architettonica e urbana dei nuovi quartieri delle Spine, ancora una volta ci si accorge a cose fatte che nessun serio approfondimento scientifico è stato esperito. Il Palazzo Gualino ha tra le sue peculiarità di monumento il fatto di essere stato progettato precocemente come edificio per uffici, con una serie di soluzioni tecnologiche specifiche e innovative. Parte di queste testimonianze sono andate perdute nel tempo, ma una progetto di riuso compatibile, come vorrebbero l’odierna cultura della conservazione e le leggi, avrebbe potuto salvaguardare questa ricchezza. La città che ha deciso di costruire nuovi spazi per il terziario con impattanti grattacieli ha intanto abbandonato o stravolto i suoi edifici per uffici storici (Grattacielo Rai, Palazzi Fiat di Corso Marconi, Palazzo ex Sip di via Promis). Il progetto di ridestinazione a residenza di palazzo Gualino è affidato ad un progettista, Armando Baietto, che è tra i più sensibili e attenti alla trasformazione del patrimonio industriale, tuttavia nulla può fare il bravo architetto di fronte a scelte politiche sbagliate che la Città continua a fare in nome della copertura del debito. Svendere il patrimonio immobiliare pubblico, costruire parcheggi in centro, moltiplicare i centri commerciali, ridurre l’IMU ai costruttori che hanno speculato sulle aree industriali, non son certo la strada per colmare i buchi di bilancio, per costruire una città vivibile. E’ necessario avviare la riqualificazion e edilizia ed energetica del patrimonio edilizio, curare il patrimonio storico e l’ambiente naturale, avviare progetti minuti di intervento incoraggiando le proposte che vengono dal basso, dalla cultura diffusa dei cittadini. Soltanto attraverso l’elaborazione di nuovi parametri di valutazione del benessere e di progetto dello sviluppo sarà possibile usare finalmente la crisi come una risorsa.
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+4 #21 carlo infante 2012-07-14 11:36
vengo sollecitato x un intervento e raccolgo...
ricordando che non sono un architetto
ma allo stesso tempo affermo: l'architettura è di tutti.

Proprio ieri ho scritto, a proposito degli Open GeoData, "la geografia è di tutti" http://notizie.tiscali.it/socialnews/Infante/3944/articoli/La-geografia-di-tutti-Open-Geo-Data-per-l-innovazione-territoriale.html
Ciò x dire che, rispettando tutte le verticalità di competenze e conoscenze, l'aspetto più interessante dell'architettu ra non è, x me, nella forma del costruito ma nella forma della relazione che stabilisce in un territorio. E le proporzioni che trovo + interessanti sono quelle che vengono stabilite con i flussi dell'energia sociale che si crea in relazione a quell'architettura...
Amo l'idea dell'architettu ra che inventa spazio pubblico, x intenderci.

A proposito del Palazzo del Lavoro m'ha sempre intrigato il fatto che quella funzione espositiva egregiamente svolta nel 1961 sia rimasta disattesa x decenni...
Con soluzioni parziali che hanno sperperato il genius loci di quel capolavoro di Nervi.

Non so quali siano le ipotesi di recupero in campo ma troverei curioso un Call x la reinvenzione dello spazio pubblico in quel luogo. Al di là dal concepirlo come un monumento d'architettura, cosa che m'interessa poco.
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+4 #20 Daniela Fabbris 2012-07-13 18:26
Partiamo da alcune considerazioni basiche: le architetture - quando sono di qualità - sono "preziosi" da tutelare e diventano gioielli che arricchiscono il nostro territorio, di qualunque epoca siano. Ma è pur vero che un'architettura di qualità, e noi professionisti lo sappiamo bene, nasce per rispondere ad un'esigenza; nel caso del Palazzo del Lavoro l'esigenza era espositiva, nel caso di Palazzo Gualino uffici. Dobbiamo quindi pensare che alcune "riconversioni" - oltre ad essere inappropriate alle finalità del contenitore - non devono essere necessariamente imposte ad un edificio, ad un quartiere, ad una città perchè "sennò non sappiamo cosa farcene". Alcuni contenitori, come nel caso del Palazzo del Lavoro diventano dei veri e propri "problemi" le cui soluzioni non possono essere svendute a dei "trafficanti di denaro". Ha ragione Liana Pastorin a lanciare una provocazione: forse, in alcuni casi, dovremmo essere capaci di disfarcene, perchè i costi e il pessimo risultato di riconversione a cui si va incontro sono spesso peggiori della demolizione (ricordiamoci dello Stadio delle Alpi). Certo che per "disfarsi" del Palazzo del Lavoro .... ci vuole veramente stomaco! Lancio pertanto un'altra provocazione: visto che Nervi l'aveva progettato come "spazio espositivo del Lavoro" perchè non tentare un enorme cantiere-scuola sul quale i ragazzi delle scuole edili e magari anche gli studenti di Architettura si specializzano nel recupero e, a recupero terminato, non si fa un'associazione tra gli Enti Pubblici (Comune, Regione, Provincia), Camera di Commercio, Unioncamere Piemonte, Confederazioni Artigiane e non creiamo il più grande spazio espositivo e produttivo permanente di piccole imprese artigiane?
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0 #19 Liana Pastorin 2012-07-13 16:35
Grazie per il commento....ave vo visto giusto in ascensore!
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+6 #18 albertop 2012-07-13 13:30
Scrivo la mia opinione, perché ieri in ascensore una signora mi ha esortato a farlo, senza nemmeno conoscermi.
Il palazzo del lavoro è attualmente insensato, nella sua dimensione enorme. E' ovvio che non tutto quello che c'è è da mantenere, come non tutte le memorie devono diventare delle ossessioni. La memoria di ieri ci ha fatto diventare ciò che siamo oggi, è vero, e non sempre c'è da esserne orgogliosi, ma noi viviamo oggi: troppo semplice? Troppo già detto? Il limite discriminante tra ciò che valga la pena conservare e ciò che convenga demolire non lo conosco e non mi arrischio a formulare delle regole generali in proposito. Tuttavia, in questo momento di grande necessità, sia economica e culturale, e la seconda purtroppo segue la prima, non si dovrebbe andare tanto per il sottile: non è questa l'occasione per "sviluppare un dibattito", ma per fare ciò che sappiamo da sempre essere giusto, ovvero ciò che serve.
Nella fattispecie il palazzo del lavoro è una costruzione impressionante, simbolica, che a mio parere dovrebbe essere demolita perché di verde non ce n'è mai-a-basta, oppure ridimensionata e modificata, se e soltanto se fosse possibile individuare una funzione di reale utilità; ma non una di quelle cose che sembra utile soltanto a noi architetti, utile o intrigante perché alimenta un fantomatico dibattito, più o meno inconsistente, ma che serva davvero alla comunità della quale facciamo parte, fatta di ricchi e poveri, ignoranti ed educati, onesti e disonesti. Considerando la comunità come ansiosa di fruire improbabili proposte culturali, il palazzo del lavoro rischia di continuare ad essere un enorme contenitore vuoto con un'altra intestazione, una di quelle scatole abitate soltanto dalle sagome oniriche ed irreali che popolano i rendering; non dovremmo parlarne in termini solo alternativi: ricerca speculativa o resa totale al vile commercio: irrealtà o realpolitik spregiudicata. C'è una via migliore: chiedersi semplicemente, (e con un lessico semplice, perché il lessico complesso inganna, prima degli altri, noi stessi, anche se troppi ci campano) che cosa serva - e cosa servirà nei prossimi trent'anni - alla nostra città. Non certo lo spazio commerciale (ma se servisse davvero, bene venisse l'odore di fritto, che non ci indigna per niente davanti al Pantheon). Non ci serve qualche fantomatico museo troppo costoso, non sostenibile economicamente e destinato ad una triste e prematura chiusura, a meno che qualche fondo sovrano non decida qualche paccata di milioni di investimento nella nostra città, ombelico del mondo. Non serve certamente un ennesimo ufficio pubblico in stile INAIL o allegri centri sociali di Maconda memoria: scrostati e con i fili elettrici fuori dagli intonaci.
Se, e dico se, esistessero operatori disposti ad occuparsene e capaci a guadagnarci senza sovvenzioni a vita, l'unica destinazione che mi sembra concepibile è quella di un palazzo del lavoro dove dentro si lavori, e non si parli di lavoro. Una fattoria modello, un centro interno alla città per la produzione di cibo, allevamento di animali ed all'occorrenza centro studi su come mungere le mucche, allevare pesci e fare restaurazione agricola dopo disastri sociali ed ambientali eccetera. E' vicino al fiume ed alle Nazioni Unite, cosa che non guasta. L'unica funzione della quale c'è bisogno in una città colabrodo dalla quale fuggono le aziende, o muoiono, è una riconversione produttiva al futuro. Nel futuro avremo bisogno di cibo, altro che di design. Per il cibo occorrono spazi, attrezzature ed organizzazione, e soprattutto contadini. Propongo una nuova specie di abbazia Cistercense.
In qualsiasi dibattito occorre temperare le utopie raccolte da giovani e che vezzeggiamo ancora nella nostra autoreferenzial ità, con la dura domanda del "chi paga?" e soprattutto, soprattutto del "come vive nel lungo periodo?"
Grazie per la vostra attenzione.
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+3 #17 Mario Caruso 2012-07-11 18:08
Il tema a mio avviso interessante ed intrigante è relativo all'eternalizza zione dell'architettura.

E' l'architettura (meglio, LE architetture) un organismo / oggetto / sistema vivo, figlio di precise necessità e di un intorno spazio/cultural e/temporale o è / deve essere il testimone immutabile della volontà del suo "creatore"?

Ovvero, l'architettura serve per "immortalare" l'esistenza del suo creatore, che in quanto "architetto", essere eletto, ha la possibilità, non comune agli altri mortali, di eternalizzare la propria esistenza attraverso la sua opera?

O siamo talmente intrisi di "firmitas" (ma perchè mai avremo studiato tanto?!) da non poter vivere il nostro lavoro e i suoi risultati con maggior "lévitas"?

Devono le architetture essere immutabili testimoni del proprio tempo e del proprio autore o, come tutte le cose di questo mondo e ancor più umane, hanno un principio, un divenire e una fine?

Senza che ciò arresti il Mondo?

O può piuttosto essere un qualcosa in continuo divenire, in cui , senza traumi, possa anche, "temporaneament e" essere musealizzato / cristallizzato, sempre che in quel tempo / momento / contesto ciò derivi dal riconoscimento all'oggetto di un valore testimoniale, salvo poi, in altro momento / tempo / contesto essere riutilizzato / modificato come pure eliminato?

Senza che ciò comporti pregiudizio alcuno per l'umanità, salvo che per l'amor proprio del (di norma) ormai defunto autore?

Io credo che, pure se, esseri eletti, siamo architetti, non dobbiamo per ciò stesso pensare che le nostre opere (e, per solidarietà, quelle dei nostri, trapassati, pari grado, sperando che altri ci riservino magari lo stesso trattamento!) debbano servire necessariamente a certificare la nostra esistenza.

Siamo certi che il Pantheon o il Colosseo tra 50 o 200 anni non si possano modificare / riutilizzare perché le circostanze / il clima sociale e culturale sono nel frattempo cambiati? Come per altro è già successo ... e fatta magari salva la conservazione iconografica della storia del loro stato nei diversi momenti.

Penso che l'architettura può /dovrebbe vivere di vita propria, adattarsi, e anche morire.

Come noi. Nonostante noi.

Viva l'architettura. Viva.
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+3 #16 B. Visentin 2012-07-11 13:01
Credo che il tema del riuso del Palazzo del Lavoro, spazio immenso e maestoso allo stesso tempo, debba essere uno stimolo e un incentivo per giovani architetti e creativi e che la soluzione di trasformarlo in “centro commerciale” sia la strada più semplice e facile da poter seguire.
Arrendersi alla soluzione “centro commerciale” è come ammettere la sconfitta dell’architetto che di fronte all’annoso tema del recupero e riuso delle architetture del passato si arrende alla globalizzazione e alla legge della massificazione del profitto. Perché qualsiasi cosa, (oggetto o architettura che sia) in questa era, per poter restare vivo deve sempre per forza poter produrre ricchezza?
Il Palazzo del Lavoro custodisce in se la bellezza del vuoto. Condivido in pieno la descrizione che ne fa Pier “Il Palazzo del Lavoro è uno spazio.
Anzi, è LO spazio.
Perchè è stato pensato e costruito per essere un contenitore.”
Pensare a come poter riutilizzare questa architettura è una sfida molto interessante ed affascinante che meriterebbe di sicuro un concorso di idee. Tutte le proposte fatte meriterebbero di essere sviluppate ed indagate.
Citazione
 

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