Architetti con la valigia Stampa Email



Tomà Berlanda


Tomà Berlanda è nato a Venezia nel 1976, ha studiato architettura in Svizzera, ha conseguito un PhD al Politecnico di Torino e dal 2011 è senior lecturer al KIST Kigali Institute of Technology, unica scuola di architettura del Ruanda.

L.P. Quali sono le esperienze che hanno motivato la tua scelta di lasciare l’Italia?
T.B. Il 25 marzo 2013 compierò 10 anni di iscrizione all'ordine degli architetti. In Italia di incarichi professionali ne ho avuto uno solo. Un permesso di costruzione per una famiglia svizzera nelle Langhe. Incarichi accademici, dopo il dottorato conseguito al Politecnico di Torino, nessuno.
Negli ultimi due anni trascorsi in Ruanda, invece, ho fondato con una socia asa studio, abbiamo appena costruito una scuola per l'infanzia, lavoriamo come consulenti per UNICEF e stiamo per portare a termine l'affascinante esperienza di far laureare i primi diplomati dell'unica scuola di architettura di questo piccolo paese africano. Sono stato invitato come professore negli USA sia a Syracuse (2009-10) che a Cornell University (2012) e sto preparando la pubblicazione in inglese della mia tesi di dottorato.

L.P. Il tuo curriculum vanta anche buoni risultati in alcuni importanti concorsi, che avrebbero potuto trattenerti, invece hai preparato la valigia…
T.B. Dieci anni fa non l'avrei mai pensato. Trascorsa quasi tutta la carriera universitaria in Svizzera, mi apprestavo a tornarci dopo il servizio civile in Soprintendenza a Venezia. Non immaginavo di lasciare l'Europa. Consideravo i confini del Mediterraneo un bacino abbastanza ampio dove navigare, senza dover superare le colonne d'Ercole. Il ruolo dell'architetto appariva semplice, la stagione dei concorsi offriva speranze. Secondo premio a Europan 7 in Lettonia (2004), primo premio a Europan 9 a Bordeaux (2008), primo premio al concorso internazionale "La città, il fiume, la collina" a Torino (2007). Niente, non è successo niente.

L.P. Quali sono i valori principali dell’esperienza che stai vivendo in Ruanda?
T.B. Ogni tanto sfoglio il portfolio dei miei progetti e mi sembra di guardare il lavoro di un estraneo. Poi mi rendo conto che invece tutto trova un senso, una logica, all'interno di un solo lento progetto, fatto di continua ricerca. L'esperienza africana offre una prospettiva diversa rispetto alle pratiche disciplinari. Restituisce innanzitutto la possibilità di inventare, di creare, attraverso il dialogo e il confronto, un luogo dove idee e posizioni diverse vengono messe a confronto, dove gli studenti e i colleghi, non solo partecipano a discussioni e lezioni teoriche, ma lavorano creando prototipi e sperimentandoli, contribuendo a far crescere una società civile. La soddisfazione arriva dai risultati di un impegno, per imparare, prima che per insegnare, per cercare soluzioni dove sembrano essercene poche. Per rendersi conto della grande possibilità data dall'essere modesti ma significativi. Per disegnare e costruire architetture "civili" in grado di modificare e migliorare il loro intorno, e specialmente la vita quotidiana dei loro cittadini. Un proverbio ruandese recita INHINGI INIWE NTIGERA INZU Non si costruisce una casa da soli.



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17 01 2013


 

Dopo la laurea, magari il master o il PhD e il corso di specializzazione all’estero. E poi?
Per chi ha provato la carta del lavoro all’estero, respirare un’altra aria al di là del confine nazionale ha consentito di mettere in moto aspirazioni e progetti, che, nella maggior parte dei casi, si sono risolti in grandi soddisfazioni professionali.

Lo sappiamo bene, gli architetti in Italia hanno raggiunto quota 150mila e sono in numero quattro volte superiore rispetto alla media europea. La generazione tra i 45 e i 55 anni sta pagando lo scotto della deregulation, della crisi economica, del caos delle tariffe, dell’esiguità dei concorsi. I giovani laureati hanno seguito un percorso di formazione universitaria che ha rivelato tutta l’ambiguità e l’inutilità del 3+2, privati della possibilità di fare pratica da studenti per mancanza di tempo (e comunque di studi disponibili), si ritrovano ad essere architetti senza esperienza né prospettive.

Chi ha scelto di lasciare l’Italia, l’ha fatto da cervello in fuga, da coraggioso, da incosciente, da consapevole. Comunque sia, ha un’esperienza da raccontare
.
La redazione raccoglierà le loro storie e le proporrà ai commenti dei lettori di taomag.
Hai qualche racconto da suggerire? Scrivi a Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. .

10 01 2013

 

Commenti   

 
+2 #1 Ezio Giardino 2013-01-11 12:42
Da anni la nostra organizzazione di volontariato, costituita da architetti torinesi, segue questa strategia di lavoro all'estero a costo zero per l'organizzazion e, costruendo villaggi per i pescatori dopo il tragico tsunami del 2004,ed ora, siamo in partenza per inaugurare un'ospedale in un'area rurale povera del sud India, inaugurazione che avverrà il 12 febbraio 2013.
In collaborazione con la Facoltà d'Architettura, negli anni scorsi, diversi studenti hanno partecipato a stage nei villaggi rurali del sud India: la nostra organizzazione, d'ispirazione Gandhiana, si può visitare su internet all'indirizzo"w ww.vroitalia.or g"
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