Pianificatori senza piani Stampa Email



TAO torna con un numero monografico dedicato alla figura del pianificatore territoriale, una professionalità ancora poco conosciuta e sovente in conflitto con altre di più consolidata formazione.
A dieci anni dalla riforma che ha fatto nascere i corsi di laurea in pianificazione, non c’è ancora una definizione delle competenze tra architetti, pianificatori, paesaggisti. In assenza di cambiamenti dell’attuale legislazione quali sono le prospettive di lavoro per i pianificatori? Ha ancora senso che esista questa specializzazione a fronte dell’impossibilità di far riconoscere le proprie specificità?
E i docenti universitari non dovrebbero essere anche professionisti capaci di spiegare (perché la praticano) questa disciplina? I pianificatori, più degli architetti, dovrebbero essere istruiti da docenti che realizzano piani urbanistici, ma questo doppio ruolo apre sovente a polemiche tra i professionisti che lamentano la concorrenza indebita e sleale da parte dei colleghi professori.
Docenti universitari, esperti di urbanistica, architetti affermati, dirigenti di pubblica amministrazione e neo pianificatori territoriali raccontano esperienze e prospettive possibili rispetto al loro personale punto di osservazione.
Gli argomenti degli articoli pubblicati, di sicuro interesse per architetti, ingegneri, urbanisti e pianificatori, aprono anche alla questione di carattere generale, che coinvolge la formazione universitaria e l’opportunità di creare nuove e più specifiche figure tecniche attraverso un percorso di istruzione professionalizzante. Resta però la necessità di non vanificare l’impegno profuso nella formazione e nell’aggiornamento professionale, consentendo ai laureati un’identità riconoscibile nel mercato del lavoro di questo settore.
Arricchisce il numero una galleria di immagini del fotografo Uliano Lucas, alcune delle quali tratte dal suo lavoro “La città infinita”. Un titolo come auspicio ben augurante per i pianificatori di poter elaborare piani da destinare a città meglio organizzate, intelligenti e vivibili.

SFOGLIA TAO 14

23 05 2013

 

Commenti   

 
+1 #9 Anto Macc 2013-06-04 17:07
bravo fabrizio
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+9 #8 Cristiana 2013-05-31 13:53
Credo che gli architetti dovrebbero limitarsi a fare gli architetti e i pianificatori dovrebbero finalmente iniziare a fare quello che gli spetta, perchè in fondo anch'essi sono degli ARCHITETTI!!!
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+6 #7 Pian. Alessandro Saccotelli 2013-05-27 23:33
Infatti i risultati in Italia sono sotto gli occhi di tutti...traffic o...inquinament o...disomogenei tà edilizia e sociale...disca riche a cielo aperto...diffus ione urbanistica a più non posso (per costruire villette a schiera ovunque per dare da lavoro agli otti architetti)...b iotopi distrutti...are e verdi (quelle che sono rimaste) altamente inquinate sia in superficie che nelle falde acquifere...ter remoti che seppur di 3' grado fanno crollare edifici industriali di recente costruzione ( vedi Abruzzo e Emilia)...alti costi di gestione dei trasporti pubblici (a causa della diffusione urbana)...manca nza di opere di urbanizzazione adeguate al territorio...e così via...complimen ti agli "ottimi architetti"!!
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+12 #6 fabrizio 2013-05-27 21:25
Buona sera a tutti, vi dico solo della mia esperienza che se pur limitata è stata attinente a ciò che ho studiato.
Sono laureato in Pianificazione a Milano, non ho seguito la laurea in Architettura perchè non è mai stato un mio interesse.
Da 10 anni esercito come libero professionista esclusivamente nel campo dell'urbanistic a e per fortuna ho potuto sin da dopo la laurea esercitare questa professione che è totalmente differente dall'archittett ura.
Spesso sono consulente di studi di architettura nella predisposizione di strumenti attuativi in quanto da parte delle professionalità dedite alla progettazione vi è una ignoranza e mancanza di comprensione di quelle che sono le normative urbanistiche (che specifico non sono fatte per tarpare le ali agli archistar con l'esperienza nel disegnare facciate astratte magari con ottimi render senza saper far stare su un edificio oppure senza saper neanche leggere l'intorno o i caratteri urbani), inoltre per professionalità sono obbligato a comprendere cosa c'è scritto negli studi geologici, negli studi sui reticoli idrografici e purtroppo sono tenuto spesso a ripetere ai progettisti che le aree di esondazione i vincoli monumentali le soggiacenze geologiche non sono orpelli fatti per consumare carta.
Pensate solo a quante competenze sono richieste attualmente ad un bravo architetto (normative igienico sanitarie, materiali sempre in evulizione che se non ben usati creano più danno che il resto, impiantistica ecc.). Secondo voi è possibile che un architetto (progettista per semplificare) sappia occuparsi anche nel tempo libero di pianificazione urbanistica (redazione di strumenti urbanistici alle varie scale e delle varie forme) oltre che di lampade nel tempo libero?. Io non credo e quando mi chiamano da un Comune perchè ha assegnato un piano urbanistico con il 40 % di ribasso a base d'asta ad un professionista che sino a ieri si è occupato di progettare villette, oppure perchè l'estensore del Piano Urbanistico non sa cosa sia un GIS e come leggere i vincoli che gli passano le altre professionalità che operano sul territorio...rido.
L'egocentrismo è ridicolo, ormai le competenze devono essere tali che la specializzazion e è necessaria (anche solo per fare un lavoro decente e non solo per portare a casa la parcella), chiamiamolo pure architetto, planner, desiner ( a già che la facoltà di Milano ha in odio i disegnatori industriali perchè gli hanno fregato una bella fetta di mercato del disign). E' meglio riconoscere i propri limiti perchè altrimenti ci va di mezzo il cliente, io per i lavori di ristrutturazion e in casa mia tra parentesi ho chiamato un architetto...pe rchè non è mia competenza, come lui mi chiama per un piano attuativo o osservazioni ap iani urbanistici, pareri legali ecc.
A lavorare con chi ne sa di più si impara, a fare i saputelli si è ridicoli.
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+6 #5 Pian. Chiara Panigatta 2013-05-27 21:12
La supponenza che traspare e traspira dalle parole di taluni Professionisti, presi ad interrogarsi sulla utilità che possono o meno rivestire figure professionali quali “Pianificatori” e/o “Paesaggisti”, è espressione, a mio avviso, di limitatezza culturale, nonché figlio di una posizione di dominanza ereditata nei decenni più che guadagnata per meriti… la stessa naturalezza con cui vengono utilizzate in modo indifferenziato ed intercambiabile parole come “pianificazione ” e “urbanistica” denota l’obsolescenza culturale che connota il presupposto e condiziona, spesso, la formazione di un dibattito costruttivo sulla materia…
…è per altro palese e sembra pertanto pleonastico sottolineare come, ormai da anni, la formazione di un Professionista non sia sancita dalla conclusione di un percorso universitario o dal superamento dell’esame di stato, quanto piuttosto l’esperienza acquisita sul campo mixata ad una capacità di assumere, in quanto Professionista, le responsabilità che l’esercizio di una professione comporta.
Tuttavia, prima di avviare un dibattito sull’utilità o meno di una specializzazion e disciplinare in chiave pianificatoria (piuttosto che paesaggistica), invito gli interlocutori ad avere l’umiltà di riconoscere che se gli istituti universitari hanno inteso avviare dei corsi di formazione specialistica è stato, oltre che per rispondere a un principio “di cassa”, anche perché hanno trovato un varco nel mercato del lavoro dovuto, in primo luogo, ad un demerito espresso dalla Categoria, che non ha saputo rinnovarsi, restando più comodamente abbracciata ad una visione onirica della figura dell’Architetto . E’ stato necessario che fosse lo Stato – con tutte le criticità che ora ne deriveranno per gli Iscritti agli Ordini Professionali – ad imporre una riforma delle Professioni per ottenere che anche le professioni tecniche (Architetti ed Ingegneri) fossero obbligate alla Formazione continua. Una constatazione che io rilevo come mimino grottesca e disarmante, specie tenendo conto del livello medio di competenze espresso dal mercato e dei ritmi crescenti nell’evoluzione di norme, regolamenti e leggi.

Tralascio, in questo contributo, di affrontare il tema del conflitto di interessi esistente tra enti formatori e mercato del lavoro - situazione che personalmente trovo inaccettabile, come molte altre -, in quanto ritengo meriti una discussione dedicata da svolgere in riferimento al tema, più generale, dell’ “etica del lavoro nella libera professione”.
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+3 #4 Guido geuna 2013-05-25 11:50
La specializzazion e in urbanistica, ha ragione Andrea, non si ottiene con corsi che servono a pagare dei relatori normalmente molto generici, o affibiando qualifiche altisonanti "pianificatori" " paesaggisti"... ..a persone prive di ogni esperienza sul campo....fare urbanistica vuol dire prima di tutto essere aggiornati sul panorama legislativo regionale (operare in piú regioni é quasi impossibile), occorre conoscere perfettamente i meccanismi della macchina burocratica comunale, provinciale e regionale, conoscere perfettamente il territorio, sua popolazione e il suo quadro esigenziale...s ono cose che si possono solo imparare sul campo o da chi da anni é sul campo.
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+6 #3 Federico 2013-05-24 21:12
Certo, ci sono ottimi architetti in grado di capire la differrenza tra un ratto e un biotopo.
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+1 #2 Andrea 2013-05-24 16:59
L'eccesso di corsi di formazione serve soprattutto a far lavorare i relatori mentre sottrae tempo e denaro ai professionisti che potrebbero impiegare queste risorse nella loro attività
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0 #1 Andrea 2013-05-24 16:53
Pianificatori e paesaggisti non hanno ragione di esistere semplicemente perchè ottimi architetti sono specializzati in questi ambiti.
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