06:00 Ex Diatto: demolizione della memoria in corso Stampa Email



Non sarebbe bastata una targa a segnalarne l’identità e non sono bastate petizioni e mobilitazione popolare a tutelare dall’abbattimento la fabbrica Diatto ex-Snia di via Frejus 21 a Torino. Un pezzo di storia diventa un mucchio di macerie. Il passato è scomodo e ingombrante, e il vuoto che si lascia, oltre che culturale e sociale, serve a far posto ad un anonimo presente fatto di parcheggi, centro commerciale e palazzi.

Alle sei di questa mattina, nonostante gli appelli, la disponibilità al dialogo annunciato dall’assessore Ilda Curti, l’azione del coordinamento delle associazioni ambientaliste, il diritto di tribuna in Comune del Comitato di cittadini SniaRischiosa, fissato per il 18 giugno, è stato vanificato dalle ruspe intervenute per la demolizione.

Architetture Rivelate rivolgerà mai la sua attenzione al patrimonio storico architettonico abitativo, industriale, scolastico,… locale? A titolo informativo, l’ex opificio Diatto era un esempio di Art Nouveau torinese; tra i suoi progettisti, Pietro Fenoglio.

Liana Pastorin

5 6 2013

 

Commenti   

 
0 #8 Redazione 2013-06-10 16:59
Se si riferisce al suo commento di sabato 8 giugno alle ore 13.42, lo può trovare più sopra. Se invece ci sono state altre mancanze la preghiamo di segnalarcele, contattandoci all'indirizzo e-mail .
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+6 #7 Massimo Omedè 2013-06-09 14:23
Faccio sommessamente notare che l'ex Diatto non era un edificio abbandonato ai ratti e alle sterpaglie, nè un ricovero per disperati, bensì sede di uffici comunali (statistica, toponomastica, economato, centro rete delle civiche biblioteche) e per questo motivo a più riprese egregiamente ristrutturato a partire dagli anni '80 (l'ultimo importante lavoro di restauro, effettuato con grande dispendio economico per le tasche della collettività, solo pochissimi anni fa) pur mantenendo sostanzialmente inalterato l' aspetto architettonico. All'interno ospitava inoltre una delle più ricche biblioteche di carattere statistico e socio-economico di rilevanza non solo locale, frequentata da studiosi, ricercatori e studenti, nonchè l'Osservatorio Socioeconomico Torinese. Inoltre, se proprio si voleva cambiare destinazione d'uso sociale all'edificio, ricordo che la Circoscrizione 3, in cui l'edificio si trova, conta 130mila abitanti e dispone di pochissime e fatiscenti strutture aggregative e manca totalmente di una Casa del quartiere, di spazi per i giovani, di edifici per la cultura e spazi espositivi, e le poche strutture per anziani sono per lo più ghetti umidi e maleodoranti. Prima di sparare castronerie informarsi, please.
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+4 #6 marin maassimello 2013-06-09 13:22
dissento su tutta la linea e lo faccio come cittadina e architetto, non sono un antagonista, ma ringrazio la cultura antagonista e ringrazio il comitato sniarischiosa amche no per il vigile per quanto vano lavoro a difesa delle ex diatto.
dissento e argomento, sinteticamente, come segue:
1. non si tratta di archeologica industriale: manufatto novecentesco di pregio tipologicamente reinseribile nella dinamica urbana e a costi (sociali e d economici) inferiori rispetto al demolire e ricostruire ( palazzi)
2. gli esempi di fabbriche recuprate a torino non sono affatto tanti; torino città industriale per antonomasia ha pochissimi loft e pochissime ex fabbriche recuperate anc eh solo facendo il confronto con milano;
3. manipolo di disadattati pronti alla guerriglia urbana? NON HO PAROLE: i cittadini, i comitati etc. hanno dato vita a uno spazio di confronto resistente; il disfacimento del tempo è memoria, il disfacimento dell'investimen to immobiliare coatto non condiviso né sostenibile non dà nuova vita, la cancella a forza;
4. secondo lei Torino muta costruendo palazzine e centri commerciali? visione davvero avveniristica: SON 50 ANNI che TORINO lavora sulla rendita e sulle trasformazioni (spesso prive di valore aggiunto commerciali); dove satrebbe il cambiamento? l'unico è che il mercato non funziona più e che quindi il da lei auspicato cambiamento sarà l'ennesimp invenduto della città
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+2 #5 luciano ghio 2013-06-09 10:55
a parte il linguaggio un poco troppo immaginifico e non chiarissimo di manko, sono d'accordo con lui (lei?). non avendo però seguito da vicino la vicenda, che ho appreso solo da uno scarno servizio al tg3, mi piacerebbe conoscere meglio i termini della questione. in soldoni: chi ha dato l'ordine di demolizione? chi è il proprietario del terreno e della struttura? che cosa prevede il prg in quell'area? una struttura industriale dei primi 900 non dovrebbe essere sotto tutela della soprintendenza? io, per iniziare dei lavori di messa a norma in una palazzina inizio anni 70 nel complesso molinette (quella sì veramente di nessun pregio architettonico) , ho dovuto documentare che l'edificio non aveva ancora compiuto 50 anni. se questi sono i criteri di conservazione del patrimonio architettonico, poveri noi.
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+3 #4 manko 2013-06-08 13:42
Non sono appassionato di dibatti online o diatribe da forum, ma per rispetto di chi ha scritto l'articolo e dei suoi lettori, mi sento in dovere di rispondere al commento.
Non per polemica ma per amor del vero.

Il manipolo di disadattati è costituito da residenti, di svariate età e provenienze, abitanti della zona. Chi ha il balcone che si affaccia sull'isolato in questione, chi un negozio nella zona, chi casa dietro l'angolo. C'è anche un Centro Sociale, dietro l'angolo, certo. Un abitante del quartiere, anche quello, un diciottenne.

Disadattati alle mutazioni ed al muoversi dell'abitare e del costruire. Ben detto. Disadattati in un quartiere senza una biblioteca, senza un tratto di verde, un prato, un'area alberata. Dove scendere dalla macchina e fare due passi. Magari immaginarci pure i primi passi malfermi d'una creatura è troppo edulcorato, retorico? No, non raccontiamoci le favole, siamo in una città italiana, non si può immaginare che succedano queste cose in città!

E ce ne sarebbero poi altre e altre di ragioni da snocciolare. Ma certo, non si può patire la calcificazione del territorio. Bisogna strangolarsi di cemento, invece. Strafocarsi di cemento, ché in Piemonte è sano, di suo, al tessuto territoriale.

per non calcificare e non cementare, il suo manipolo di disadattati è stato pronto ad occupare uno splendido spazio, abbandonato e circondato, come fossato o meglio campo di mine, da un marciapiede che fa da lettiera cittadina, con l'unica differenza che non c'è la sabbia e non ci cacano i gatti, ma cittadini ispirati all'indecenza. E indecenti oramai. Dietro quiei muri c'era fino ieri mattina alle 6.30 uno spazio intrigante, degno di stupore, pregiato. Doveva sentirci battere la pioggia... uno spazio che si presterebbe magnificamente ad ospitare qualcosa che sia ispirato, utile ad ospitare qualcosa di cui c'è bisogno: qualcosa che ispiri alla decenza, all'educazione.

Ma questo non può succedere in una città italiana! Bisogna andarlo a vedere a Lisbona, a Berlino, e parlarne sui forum di architettura!

Invece sotto casa nostra succeda pure che ti svegli, all'alba, il frastuono delle tenaglie meccaniche, in azione sulla struttura metallica, con l'isolato attorno già presidiato da un dispiegamento continuo di diversi corpi armati dello stato. Succeda pure che tu, scese a quel punto subito le scale, nella buca delle lettere trovi la convocazione ufficiale per il Consiglio Comunale, per spiegare perché non abbattere quella struttura. Succeda pure che tu possa farti spiegare quella lettera da un alto rappresentante delle istituzioni, ma che debba farlo con solo con quello sia venuto direttamente dalla Prefettura, l'unico presente nonché il primo che riesci ad incontrare, e che quello ti tratti come un usurpatore, maldestramente. Per allontanarti dalla strafocata di cemento, chè la devi mandar giù e basta.

Questo sì invece che succede proprio in una città italiana!

A questo stato di cose, il suo manipolo di disadattati, essendo proprio in Italia, più che pronto alla guerriglia urbana è sembrato pronto a prendere anche una razzuolata d'incoraggiamen to, con i fuochi d'artificio urticanti finiti sulle finestre di casa, presa perché baldanzosi oltremodo fino al punto di arrivare a chiedere che se ne andassero i contingenti armati dello Stato ancora a notte fonda nelle strade, a presidiare l'opera di un Privato che non ha nemmeno in modo chiaro le carte in regola.

Il cartello dei lavori esposto alle 18.00, dodic'ore dopo l'inizio: le formalità sono insulsa burocrazia. Chissà come potrebbero raccontarci questo i funzionari della Soprintendenza ai Beni Architettonici.


Di tanti e tali brutti posti tutti uguali sono piene ormai le città italiane, che non mi viene nemmeno il nome d'una bruttura che questa zona di Torino potrebbe diventare, senza dover nemmeno mai pretendere di essere Pompei o Ercolano.
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0 #3 manko 2013-06-08 12:24
Scusate ma dov'è finito il mio commento, perché non viene pubblicato?
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0 #2 Dario 2013-06-08 10:32
Sono d'accordo con Domenico; non si può sacrificare lo sviluppo di una città sull'altare della conservazione indiscriminata di tutto quanto realizzato negli anni, soprattutto quando questo "patrimonio" non si è in grado di mantenerlo in condizioni dignitose; Torino resta ancora piena di ruderi, industriali e non, di edifici orribili (ricordate quello davanti al Duomo ?) che spesso restano in piedi solo grazie al fatto di essere opera di professionisti di fama. Non addormentiamoci su un passato che non esiste più, teniamo le cose più pregevoli (non tutto !) e impariamo a conservarle nelle migliori condizioni, anche per mostrare la bellezza della nostra città a quelli che sempre più numerosi vengono a visitarla
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+1 #1 Domenico Gurzì 2013-06-07 14:49
Non sono d'accordo. La società muta e mutano le forme del muoversi, dell'abitare e del costruire. Ed anche la percezione del valore attribuito all'archeologia industriale, che se da una parte racconta una storia dall'altra calcifica il territorio.
Il recupero delle fabbriche dislocate sul territorio comunale, di cui abbiamo molti esempi a Torino, è sempre una mediazione forzata: un presente grigio, una novità attempata, uno spazio razionalmente inadeguato. Se oltre a questo, poi, il capannone industriale (sulle cui qualità intrinseche non si discute) è occupato da un manipolo di disadattati pronti alla guerriglia urbana per difendere un diritto presunto, è bene riprendersi uno spazio per darne nuova vita, piuttosto che lasciato all'inesorabile disfacimento che il tempo impone.
Una città vivente, come Torino, deve mutare: noi non siamo Pompei (né Ercolano).
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