Italia, capolavoro sfregiato Stampa Email


‘Capolavoro’ è termine che non trova una definizione univoca. Capolavoro è tutto è niente. È, come ha scritto Charles Dantzig in un recente saggio, un termine che ha una traduzione in tutte le lingue, eppure fino ad ora non è esistita alcuna trattazione puntuale.
Dal campo letterario all’ambito artistico, passando da altre arti (cinema, teatro, musica, architettura, …) ciascuno di noi può esprimere la sua preferenza, un suo capolavoro, ovvero un giudizio soggettivo su un’opera come la massima espressione di un autore e più in generale di un campo artistico.
Se stiamo a ben vedere però non c’è univocità di giudizio e, sovente, si parla di “uno dei capolavori”, privando di fatto la supremazia di un’opera su un’altra. Senza infilarmi nel ginepraio di voler dare una possibile definizione al termine, propongo però una riflessione a partire da Pier Paolo Pasolini, citato dallo stesso Dantzig a proposito del romanzo Teorema.

Pasolini però si era occupato del concetto di opera d’arte anche legato alla forma della città (Orte in particolare), realizzando un film breve prodotto dalla Rai nei primi anni Settanta: un lucido sguardo e un impietoso giudizio sull’uomo e sulla criminale capacità di deturpare il paesaggio, perché, come dice Pasolini, "il problema della forma della città e il problema della salvezza della natura che circonda la città sono un problema unico", ignorato in Italia, dove la degenerazione ambientale, urbanistica e culturale è irrimediabile e catastrofica.

Che cosa possiamo dire di diverso oggi?
L’Italia, uno dei paesi da sempre più ambiti da studiosi e turisti per le sue bellezze naturali e architettoniche, sulle quali il Governo dovrebbe investire per rilanciarne l’economia, è in grave affanno a causa del dissesto idrogeologico. Le modificazioni climatiche, l’erosione del territorio, il disboscamento, la cementificazione incessante l’hanno reso un paese fragile, incapace di rialzare la testa.
Pasolini si era espresso in difesa di piccole cose, come un selciato sconnesso e antico di Orte:
"è un'umile cosa, non si può nemmeno confrontare con certe opere d'arte, d'autore, stupende, della tradizione italiana. Eppure io penso che questa stradina da niente, così umile, sia da difendere con lo stesso accanimento, con la stessa buona volontà, con lo stesso rigore, con cui si difende l'opera d'arte di un grande autore. [...] Nessuno si batterebbe con rigore, con rabbia, per difendere questa cosa e io ho scelto invece proprio di difendere questo. [...] Voglio difendere qualcosa che non è sanzionato, che non è codificato, che nessuno difende, che è opera, diciamo così, del popolo, di un'intera storia, dell'intera storia del popolo di una città, di un'infinità di uomini senza nome che però hanno lavorato all'interno di un'epoca che poi ha prodotto i frutti più estremi e più assoluti nelle opere d'arte e d'autore. [...] Con chiunque tu parli, è immediatamente d'accordo con te nel dover difendere [...] un monumento, una chiesa, la facciata della chiesa, un campanile, un ponte, un rudere il cui valore storico è ormai assodato ma nessuno si rende conto che quello che va difeso è proprio [...] questo passato anonimo, questo passato senza nome, questo passato popolare".

Oggi però non riusciamo a difendere più nulla dall’ingiuria del tempo (anche quello meteorologico) né dallo sfregio di un abuso o di una scellerata approvazione edilizia o urbanistica.
www.pasolini.net/cinema_formadellacitta.htm

Liana Pastorin
22 11 2013

 

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