L’architetto è un creativo? Stampa Email



Ultimamente si fa un gran parlare di creatività.
Gira su internet la campagna coglioneNO di sensibilizzazione per il rispetto dei lavori creativi lanciata dal collettivo ZERO. I video ironizzano sul classico atteggiamento del cliente inconsapevolmente ignorante o razionalmente approfittatore, che per non pagare una prestazione professionale accampa scuse quali la mancanza di budget o tenta di convincere il creativo che il lavoro svolto deve essere concepito come investimento in immagine e arricchimento del portfolio.
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Se collettivo ZERO fa sorridere, seppure amaramente, riportandoci sul valore della creatività, al contrario per un maestro come Enzo Mari la parola stessa è un’oscenità. La critica di Mari nasce dall’osservazione della bassa qualità delle scuole di design che illudono i giovani facendo credere loro di essere liberi di esprimere una creatività potremmo dire spontanea, che non si basa sulla conoscenza delle opere di maestri illustri e della storia come presupposto per il futuro.
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Anche Ken Robinson parte dall’aspetto educativo ma, a differenza di Mari, asserisce che la creatività è fondamentale quanto l’alfabetizzazione e che tutti i bambini sono creativi, ma disimparano ad esserlo crescendo a causa di un sistema educativo e sociale che non prepara a sbagliare.
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La creatività, il guizzo creativo, l’originalità della soluzione proposta sono ancora nel DNA degli architetti? Sono aspetti desiderabili della professionalità o abbiamo abdicato a favore di un profilo più simile a quello dell’ingegnere o del geometra e di fatto più rassicurante e più facilmente comprensibile al cliente medio?

Liana Pastorin
16 01 2014

 

Commenti   

 
+2 #1 Roberto Secci 2014-01-25 12:11
Credo che proprio "essere creativo" sia una gabbia dalla quale l'architetto stenta ad uscire. Siamo pieni di creativi e poveri di tecnici: il mercato non ha bisogno di così tanti celebratori di sé stessi. Viste con occhio disincantato moltissime opere spacciate per creative sono in realtà l'ennesima riproposizione di forme e soluzioni già viste. Niente più che buon artigianato.
Siamo seri: siete proprio sicuri - dopo aver ben studiato la storia dell'architettu ra, anche fermandosi ai primi decenni del '900 - che nel campo della composizione architettonica ci sia ancora molto da dire di nuovo?
Dove c'è molto da dire per gli architetti - secondo me - é nel campo dell'efficenza, della sostenibilità, della pianificazione urbanistica, della tutela del paesaggio e del territorio. Qui in pochissime e fortunate circostanze il tecnico può anche essere un creativo, ma é un dono riservato a pochi.
Credo, anche per esperienza personale, che se gli architetti uscissero dal solipsistico guscio del creativo e trovassero la propria strada professionale in campi tecnici specializzati - anche reinventandosi con una buona dose di coraggio - avrebbero risolto gran parte dei propri problemi.
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