Decolonizing architecture Stampa Email

Sandi Hilal, Alessandro Petti e Eyal Weizman

Profanare gli edifici esistenti,
promuoverne nuovi utilizzi,
riportarli a un uso collettivo:
anche l’architettura è pratica politica

Future Archeology. Nel 2007, dopo alcuni anni di ricerche teoriche sullo spazio focalizzate sulla Palestina, abbiamo deciso di cambiare la modalità del nostro impegno e creare un istituto di architettura fondato su un programma di studio/residenza a Beit Sahour, Betlemme. Il Decolonizing Architecture Institute (DAi) cerca di usare la pratica spaziale come una forma di intervento politico e di narrazione. Il lavoro di residenza è basato su una rete di affiliazioni locali e archivi storici che abbiamo raccolto nei nostri lavori precedenti. Il nostro lavoro ha a che fare con una serie complessa di problemi architettonici che si concentrano attorno a uno dei più difficili dilemmi della pratica politica: come agire sia in maniera propositiva, sia criticamente in un ambiente in cui il campo delle forze politiche, per quanto complesso, è così drammaticamente distorto. È possibile intervenire in qualche modo? Come può la pratica spaziale, nel ‘qui e ora’ del conflitto, negoziare l’esistenza di istituzioni e di realtà legali e spaziali senza divenire connivente con la realtà diseguale che queste producono? Come trovare una ‘autonomia della pratica’ che sia al tempo stesso critica e trasformativa?

Abbiamo iniziato sperimentando una serie di interventi che tentano di dare nuovi contenuti, significato e capacità d’azione al termine ‘decolonizzazione’. Suggeriamo una rivisitazione di questo termine ampiamente screditato al fine di mantenere le distanze dall’attuale linguaggio politico utilizzato per una ‘soluzione’ del conflitto palestinese e dei suoi confini. Le soluzioni a uno, due e ora a tre Stati sembrano ugualmente intrappolate in una prospettiva da esperti top-down, ognuna con una propria logica autoreferenziale. La decolonizzazione, al contrario, presuppone un processo di trasformazione e di riutilizzo delle strutture dominanti esistenti – finanziarie, militari e legali – concepite per il beneficio di un gruppo etnico-nazionale, e implica la lotta per l’eguaglianza. È fondata sul confronto, secondo un approccio completamente opposto alla realtà dell’occupazione e dello spossessamento.

Il riutilizzo di edifici e infrastrutture nel processo storico di decolonizzazione riproduceva spesso gli stessi usi per i quali erano stati progettati, con delle modalità che lasciavano intatte le gerarchie territoriali. In questo senso i processi passati di decolonizzazione non si sono mai veramente sbarazzati del potere della dominazione coloniale. Profanazione – un concetto proposto da Giorgio Agamben in relazione al dominio del ‘sacro’ – è una “neutralizzazione di ciò che esso profana”. “Profanare non significa semplicemente abolire o cancellare separazioni, bensì imparare a farne un nuovo uso”. La decolonizzazione è il contro-apparato che cerca di riportare a un uso comune ciò che l’ordine coloniale ha separato e diviso. L’obiettivo della decolonizzazione è la costruzione di contro-apparati che trovino nuovi usi per le strutture di dominazione abbandonate. Usi che sono a volte pragmatici e a volte sfide ironiche. A questo livello la ‘decolonizzazione’ non è mai stata raggiunta, è una pratica in evoluzione che consiste nella disattivazione e nel riorientamento intesi sia come fenomeni presenti, sia perpetui.

La natura dei problemi che stiamo trattando ci ha convinto che un approccio fattibile vada trovato non solo nel linguaggio professionale dell’architettura e della pianificazione, quanto piuttosto nell’inaugurazione di una ‘arena di congetture’ che incorpori prospettive politiche e culturali variegate attraverso la partecipazione di una moltitudine di individui e organizzazioni. Un programma di residenza architettonica aperto e collaborativo ha quindi dovuto sostituire le consolidate modalità della produzione architettonica.

I progetti che seguiamo esaminano e sondano i campi delle forze politiche, legali e sociali attraverso una serie di interventi architettonici. Combinando discorso, intervento spaziale, istruzione, apprendimento collettivo, incontri pubblici e sfide legali, il tentativo è quello di avviare la disciplina e la prassi dell’architettura – intesa come la produzione di edifici e strutture urbane elevate – in reti di ‘pratiche spaziali’ mobili che includano varie altre forme di intervento. Il programma di residenza ha finora riunito gruppi di affermati professionisti internazionali – architetti, artisti, attivisti, urbanisti, registi e curatori – per lavorare collettivamente all’interno della cornice che avevamo costituito.

Un esempio di queste collaborazioni è il lavoro di Salottobuono, che ha passato l’estate 2008 in Palestina componendo e schematizzando le strategie sviluppate in studio dall’inizio del programma.

Inoltre ha avuto luogo per tutta la durata dell'estate 2010 il Battir International Summer Program, una summer school dal titolo Urban Studies and Human Right in context supportata da Unesco, Al-Quds University/Bard Honors College e Battir Village Council. Nell’ambito di questa sono state ospitate numerose lectures che hanno toccato diversi temi legati all’impatto e ai mezzi con cui l’attività normativa agisce e regola lo spazio fisico del quotidiano e la sua fruizione, oltre a tavole rotonde e fieldworks dedicati in particolare ai gruppi di studenti dell'Al-Quds University/Bard Honors College e ad un gruppo internazionale di architetti e artisti. Questi ultimi sono stati chiamati a rielaborare parallelamente il tema di ricerca sotto forma di produzione artistica ed architettonica, attualmente confluite nella mostra The Red Castle and the lawless line ospitata presso la Galleria 0047 di Oslo fino al 24 Ottobre 2010, che esplora l’elemento della linee di confine e le dinamiche legate alla loro instabilità nel momento del loro impatto sulla scala architettonica e sullo spazio domestico.

Approfondimenti
http://www.decolonizing.ps/

 

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