Pena di morte non è un sostantivo femminile Stampa Email

Massimo Persotti


In quasi 100 Paesi
è stata abolita.
Ma dietro questo successo
si nasconde la battaglia quotidiana di donne (e uomini)

Nell'isola di Taiwan la pena di morte non veniva applicata dal 2005. Fino allo scorso 30 aprile. Poche settimane prima, il Ministro della giustizia, la signora Wang Ching-feng, aveva dato le dimissioni non sopportando l'idea che uno dei 44 detenuti nel braccio della morte potesse essere ucciso. “Tutti cercano di spingermi a eseguire delle condanne a morte – aveva dichiarato – ma io semplicemente non posso. La migliore scelta per me è lasciare”. Il 30 aprile il boia si è rimesso in moto e quattro persone sono state messe a morte.

Un'altra isola, poco distante da Taiwan, il Giappone, vede alla guida del Ministero della giustizia un'altra donna. Si chiama Keiko Chiba, è contraria alla pena di morte, è una storica sostenitrice di Amnesty International. In Giappone, una cortina di segretezza avvolge ogni esecuzione, neppure i familiari conoscono il destino del condannato e lo stesso prigioniero viene informato solo poche ore prima l'esecuzione. Chiba, in carica da pochi mesi, ha le idee chiare: "È necessario che tutti siano d'accordo sulla scelta da fare, altrimenti non solo il sistema della giustizia, ma anche il governo non godrà più di credibilità. Il percorso è impervio, ma se si continua a ragionare in questo modo senza riflettere sul significato della pena di morte, le cose non cambieranno. È necessario riaprire attivamente il dialogo con la popolazione e creare vivaci dibattiti pubblici sul tema per sensibilizzare tutti su questo argomento".

Due donne, entrambe contrarie alla pena di morte, in due paesi orientali, dove alto resta il favore dell'opinione pubblica verso la pena capitale. Una ha deciso di mollare pur di non mettere la sua firma sulle condanne a morte, l'altra è convinta tenacemente di riuscire a fermare il boia. Due donne coraggiose che testimoniano comunque il duro e impervio percorso che attende chi si oppone alla pena di morte. La storia dell'abolizionismo nei tanti Paesi che nel corso di questi anni hanno abbandonato la pena capitale è segnata da uomini e donne come Ching-feng e Chiba.

Oggi, la tendenza in tutto il mondo è verso l'abolizione della pena di morte. Pensare ad un mondo senza la pena capitale non è più un'utopia. Sono 95 i Paesi che l'hanno abbandonata e ci stiamo avvicinando ad un numero importante: non manca molto quando saranno 100 i paesi che rifiutano l’uso di un pratica così crudele e disumana. Nel 2009, per la prima volta nel corso della storia moderna, nell’intera Europa e in tutti gli Stati dell’ex Unione Sovietica non sono state registrate esecuzioni. Una terza risoluzione per una moratoria sulle esecuzioni sarà discussa presso le Nazioni Unite alla fine del 2010, dopo che le due precedenti hanno ottenuto una larga maggioranza di voti a favore.

Quando però nel 1977 Amnesty International organizzò la prima Conferenza mondiale sulla pena di morte, a Stoccolma, erano solo sedici i paesi che avevano abolito la pena capitale. Allora, combattere l'uso prevalente della condanna a morte ed una prassi consolidata rappresentava realmente una sfida, un atto rivoluzionario. Soprattutto per chi, come Amnesty, sostiene che i diritti umani valgono per i colpevoli come per gli innocenti. E opporsi alla pena di morte è una scelta incondizionata a prescindere dalla colpevolezza o meno di una persona.

La storia ha demolito una serie di luoghi comuni: la pena di morte non è un deterrente, non riduce i reati, non rende più sicure le società, non è efficace nella lotta contro il terrorismo. Mentre è certo che la pena di morte rappresenti la più grave delle violazioni dei diritti umani perché toglie la vita, è discriminatoria perché colpisce soprattutto poveri o membri di minoranze (etniche, razziali e religiose), è irreversibile perché il rischio di mettere a morte un innocente è sempre molto elevato. È sempre sbagliata, inaccettabile, inutile.

Eppure, mantengono in vigore la pena capitale ancora 58 paesi e in diciotto nel 2009 sono state eseguite condanne a morte. In Cina, dove la pena capitale è prevista per circa 68 reati, non è dato di sapere quante esecuzioni avvengono e per protesta Amnesty International ha deciso quest'anno di non rendere pubblici gli scarsi dati in suo possesso. La pena di morte non si ferma neppure di fronte ai malati mentali e ai minorenni. Non è un concetto astratto, la sua applicazione implica l'uccisione di un essere umano, è un problema concreto per tante donne e uomini che ogni anno vengono uccisi.

Le loro storie sono l'obiettivo principale del lavoro quotidiano di Amnesty International, i loro casi diventano motivo di mobilitazione di migliaia e migliaia di soci e sostenitori in tutto il mondo. Quando nel 1989, l'organizzazione lanciò la sua prima campagna mondiale contro la pena di morte, venne pubblicato il rapporto Quando lo Stato uccide... la cui prima riga recitava: "È giunto il momento di abolire la pena di morte a livello mondiale".

A distanza di oltre vent'anni, quell'impegno resta il punto fermo dell'azione di Amnesty International. Oggi, però, a differenza di allora, quell'obiettivo sembra sempre più concreto.



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[Foto ©Amnesty International]