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Guido Montanari

Il disegno del paesaggio urbano
deve essere condiviso dai cittadini
e basato su un’architettura a ‘km 0'

Regola e non regola, razionalità e caos, apollineo e dionisiaco si alternano da sempre nelle varie espressioni della cultura umana. Esaminando gli spostamenti del pensiero su questi temi, dalla classicità greca agli scritti di Nietzsche e di Freud, è abbastanza agevole collocare su una sinusoide i momenti di maggiore prevalenza delle regole e quelli di maggior forza della loro negazione, tuttavia negli ultimi decenni, immersi nelle visioni della ‘post’ e della ‘sur’ modernità, percepiamo che i confini tra regola e non regola appaiono più sfumati, le opposizioni si ibridano e il tentativo della loro individuazione si rivela difficile, sullo sfondo di un orizzonte culturale confuso.

Finite le certezze dei “grands récits”, messa in dubbio la prospettiva delle “magnifiche sorti e progressive” della società, ma verificata anche l’impossibilità di una sua conservazione tout court, appare arduo analizzare i fenomeni sociali, culturali e politici della contemporaneità con strumenti asettici e proposte sicure. Il dibattito sull’architettura, intesa come l’insieme di tutte le opere realizzate dall’uomo per le sue necessità (William Morris, 1881), non sfugge a questa difficoltà. Inoltre la rapida trasformazione dei contesti del nostro tempo impone una riflessione urgente sulla loro qualità determinante non solo per il benessere dell’individuo, ma anche per la crescita di ogni comunità civile. Dunque porsi il problema di capire la trasformazione dell’architettura, tentare di partecipare alla sua definizione e alla sua gestione, cioè, in altri termini, ri/conoscerne o dis/conoscerne le regole, non è per nulla astratto o cervellotico, ma è al contrario molto concreto, impellente.

Nel nostro Paese, a partire dagli anni del secondo dopoguerra e soprattutto dal ‘boom economico’, la mancanza di regole in merito alla pianificazione e al controllo del territorio provoca la nascita delle sterminate periferie urbane, la perdita di naturalità di vallate alpine e di coste marine, la distruzione di tessuti agrari e la pesante compromissione dei centri storico artistici. Negli anni ‘70, anche in seguito alle prime avvisaglie delle conseguenze negative in termini ambientali e sociali di questo ‘sviluppo’, si avvia una stagione di riflessione e di interventi legislativi volti alla limitazione dei diritti edificatori, in funzione della tutela culturale ambientale e delle esigenze sociali. La spinta riformista di quella stagione si esaurisce nel corso degli anni ‘80, con lo svuotamento delle leggi di salvaguardia dell’interesse pubblico e con la ripresa dell’aggressione nei confronti dell’ambiente naturale e costruito.

Negli ultimi anni la ripresa impetuosa dell’attività edilizia legata alla criticità dei mercati finanziari internazionali e alle dismissioni di ampie aree industriali seguite ai profondi processi di crisi e di ristrutturazione della grande industria, portano a trasformazioni radicali dei paesaggi urbani e non urbani cui si accompagna spesso la perdita dei loro caratteri di qualità. Gli esiti sono noti: incontrollato consumo del suolo (negli ultimi due decenni a fronte di un aumento demografico di circa il dieci per cento l’incremento del consumo di suolo è aumentato di più di dieci volte), sprawl urbano, impatto di architetture autoreferenziali nei paesaggi storici, scarsa qualità delle nuove edificazioni, grandi opere infrastrutturali indifferenti all’ambiente e alle esigenze locali, degrado idrogeologico del territorio, con immani costi umani ed economici che ricadono sulla collettività. Si tratta della trasformazione territoriale più significativa, almeno da un punto di vista quantitativo, mai avvenuta nella storia.

Sorprendentemente, nonostante permanga un’ampia fascia di abusivismo e di non rispetto delle leggi urbanistiche ed edilizie, la gran parte della trasformazione di cui stiamo parlando, si svolge nel rispetto formale delle regole, attraverso processi decisionali di numerosi organi deliberativi e strumenti di controllo di una pletora di istituzioni e di commissioni.

Un processo di rimozione e una inspiegabile afasia sembrano cogliere il mondo della cultura e della progettazione di fronte al progressivo degrado del territorio e al dispiegarsi di un’urbanistica ‘debole’, lasciata nelle mani dei promotori immobiliari e dei grandi costruttori. Decisori e amministratori di fronte all’aggravarsi della crisi e ai tagli dei bilanci, spesso scelgono di vendere le proprietà comuni e di ‘mettere a reddito’ il territorio con piani regolatori e varianti che stimolano le rendite invece di controllarle. Le regole sembrano fatte apposta perché l’iniziativa del privato possa dispiegarsi liberamente, indipendentemente dall’interesse pubblico.

Si afferma dunque la regola del più forte: vince il marketing urbano, dove la grande firma, l’opera dell’archistar, spesso non in sintonia con i luoghi e identica a tante altre in giro per il mondo, permette di far lievitare il valore delle aree e renderle appetibili sul mercato. Non mancano esempi di ricadute positive dei processi di riqualificazione, come il Museo Guggenheim di Bilbao, le opere per le celebrazioni di Barcellona, oppure quelle olimpiche di Pechino. Tuttavia se l’architettura perde il suo rapporto con il genius loci, con i modi costruttivi radicati, con la memoria collettiva e con la socialità specifica, tende ad uniformarsi a livello internazionale, rischia di diventare una ‘non architettura’, oppure deve cercare di colpire, scioccare, con scelte progettuali che rasentano il grottesco, per la loro completa indifferenza al contesto. È il caso del grattacielo ‘storto’ del complesso di Milano City Life, oppure di quello dell’importante istituto bancario ai margini del centro storico di Torino o, ancora, di quello a spirale sulla scogliera di Savona, fortunatamente bloccato per ragioni naturalistiche.

La città storica europea e italiana, culla di civiltà (dal latino civis, cittadino, appunto), prezioso insieme di spazi a misura di uomo, è il frutto di regole consolidate e tramandate nel tempo che ne fanno un luogo di straordinaria vivibilità, di intensi scambi sociali e culturali. Il suo disegno, talvolta razionale e geometrico per interpretare la volontà del principe, talaltra sinuoso e articolato per seguire l’andamento orografico, la sua densità fatta di mixité di funzioni e di attività, i suoi rapporti studiati tra altezza delle case e larghezza delle strade (non fatte per le automobili), con slarghi e piazze per il mercato e per l’incontro (non pensate per il parcheggio), con i suoi scorci verso il paesaggio naturale, con i suoi punti di vista e di filtro tra costruito e non costruito, non potrebbero essere ancora oggi fonti preziose per elaborare le regole di uno sviluppo e di una trasformazione urbana in sintonia con le necessità della vita attuale?

L’urbanistica della modernità ha guardato generalmente con fastidio, se non con odio, alle sedimentazioni della città storica: dopo averle denunciate come esempi di insalubrità e di scarso decoro, ne ha proposto l’abolizione con il progetto della nuova città della luce, del sole e dei grandi spazi, propagandato nella Carta di Atene. Alla prova dei fatti il sogno lecorbusiano, pur basato su un moderato ridimensionamento del ruolo della proprietà privata, si infrange nelle realizzazioni di Chandigarh e di Brasilia, dove spazi affascinanti e monumentali sono però agghiaccianti nelle loro misure esagerate definite dalle esigenze delle automobili e dove le zone residenziali, pur dotate di tutti i servizi, sono luoghi di segregazione della popolazione.

Non mancano tentativi di rendere più ‘amichevole’ il disegno urbano del Movimento Moderno, per esempio con i nuovi quartieri di edilizia popolare del nord Europa, i cui modelli sono importati in Italia nelle più riuscite realizzazioni dell’Ina-Casa, oppure in alcune sistemazioni urbane seguite alle distruzioni della guerra, come quelle di Rotterdam e di Stoccarda, che restano però esempi isolati e poco influenti sull’espansione quantitativa delle città.

Anche l’attenzione alla tradizione sollecitata dal Postmoderno non affronta a scala territoriale il problema del disegno urbano, limitandosi nel migliore dai casi, a citazioni storiciste per singoli quartieri, come nei casi del Südliches Tiergartenviertel di Léon Krier a Berlino, dei logements sociaux di Christian de Portzamparc a Parigi XIII o del Gallaratese di Aldo Rossi a Milano.

Il recente movimento per il New urbanism, promosso dal Principe Carlo di Inghilterra propone la pedonalizzazione degli spazi urbani, la ricerca di un miglior contatto con la natura, elaborando quartieri ‘in stile’ che si rivelano risposte stucchevoli e poco funzionali alla sentita esigenza dei cittadini di abitare in luoghi più confortevoli e sicuri, rispetto alle città congestionate dalle auto.

La difficoltà nell’elaborare nuovi modelli di progetto e di gestione della città e del territorio che permettano di ritrovare l’equilibrio tra natura e costruito, tra privato e pubblico, tra residenza, lavoro e svago, con attenzione alla sostenibilità sociale ed ambientale, non può dunque trovare soluzione né adottando regole confuse e contraddittorie, né permettendo il laissez faire di stampo liberista. La consapevolezza che si sta sviluppando intorno alla valorizzazione dei prodotti e delle attività locali può essere uno stimolo utile per proporre un’architettura a “km 0”, in grado di qualificare i caratteri paesaggistici del luogo. È necessario però tornare all’etica della responsabilità collettiva per elaborare un disegno del territorio condiviso dai cittadini, attraverso forme di partecipazione democratica effettiva, dove le regole siano il frutto di una cultura diffusa dell’abitare e del vivere, aperta al dialogo internazionale, ma non succube di modelli imposti dall’esterno. È nostro compito contribuire a costruire questa cultura.

 



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