La cura del Moderno Stampa Email

Pier Giovanni Bardelli

L’indagine delle intenzioni
originarie dei progettisti
e delle soluzioni tecniche.
Il conflitto tra presente e passato
nella salvaguardia del progetto

Oggi, a più di mezzo secolo dalla conclusione di quel periodo così denso e ricco di spinte innovative e di contraddizioni che ha costituito la declinazione italiana del Movimento Moderno, ci troviamo di fronte a un cospicuo numero di interventi di restauro e di recupero sull’eredità materiale di questa stagione di pensiero tale da poter tentare un bilancio e una riflessione critica circa i criteri, i modi di progettare e i tipi di analisi che devono sostenere il progetto stesso.

Molte delle difficoltà a intervenire non risultano solo legate alle scelte e al comportamento dei materiali – come l’enfasi data a questo tema dai protagonisti di quel periodo farebbe presupporre – ma spesso sono riconducibili a istanze, sempre progettuali, che riguardano l’impianto generale dell’edificio, soluzioni di tipo distributivo esasperate, conformazioni di manufatti e proposte di tipo compositivo che mal si adeguano alla conoscenza dei materiali e delle tecnologie del momento.

Peraltro, questa stagione di pensiero è testimone di un fare architettura che rimanda a tecniche e modi estremamente complessi e articolati. Alcuni oggetti appaiono ancora costruiti con stretti legami alla tradizione, altri contengono proposte per diversi aspetti innovative, anche se, nella maggior parte dei casi, sono caratterizzati da una forte commistione di tradizione e innovazione.

In molti di questi edifici permane, anche se latente, un valore di altissimo artigianato, una notevole abilità manifatturiera, un’impronta di forte sapienza costruttiva. È spesso proprio questa compresenza, talvolta anche contraddittoria, di abilità costruttive tradizionali e di proposte innovative, a delineare una peculiarità del ‘nostro moderno’ rispetto ad altri contesti.

È innegabile però una ‘fragilità intrinseca’ di questi edifici spesso inevitabilmente connessa al loro contenuto innovativo. Fragilità legata a proposte architettoniche non sempre comprese, fragilità legata a scelte tecnologiche raramente sperimentate e che ora, ma talvolta fin dall’origine, sono e sono state causa di degrado diffuso e precoce.

Per questo tipo di architetture vittime, forse più delle altre, di decadimento tecnologico e materico diventa fondamentale il riconoscimento dell’individualità del manufatto, del dettaglio, del materiale originario come mezzo ineludibile per ricomporre semanticamente l’oggetto o perlomeno la sua immagine.

Diventa quindi fondamentale sul piano metodologico salvaguardare la sequenza ormai consolidata per gli edifici che seguono la tradizione – e che conduce dal rilievo dello stato di decadimento, attraverso la documentazione della patologia e al più vasto processo di anamnesi, alle proposte di terapia possibile, alla verifica dell’efficacia di questa su campioni, fino all’individuazione della terapia definitiva da tradurre in un vero e proprio progetto di intervento di terapia nel senso più ampio e quindi a una gestione susseguente – ricalibrata opportunamente per gli edifici propri del Moderno.

Le istanze secondo le quali impostare i programmi di indagine a sostegno del progetto possono essere riconducibili a due categorie. Una prima riguarda essenzialmente la cultura del progetto, la formazione dei progettisti, i modi e i metodi di progettare, le intenzioni e gli intendimenti originari, la conoscenza delle vicissitudini del cantiere e della storia dell’edificio.

Una seconda riguarda la definizione delle prove e delle analisi finalizzate ad affrontare correttamente l’intervento sulle soluzioni tecniche in atto. Questa seconda istanza appare particolarmente delicata anche in considerazione del clima economico e politico che ha caratterizzato il periodo. In questo momento, infatti, sotto la spinta autarchica, sono comparsi una molteplicità di materiali e manufatti nuovi, materiali ‘sperimentali ma non sperimentati’ la cui prova in servizio spesso veniva demandata alla realizzazione vera e propria. Così fra temerarie anticipazioni e inevitabili incertezze gli edifici del Moderno diventano essi stessi esperimenti, ‘provini’ di un superiore laboratorio costituito dalla continua evoluzione delle sollecitazioni dell’ambiente e dalla inarrestabile mutazione del clima socio-culturale al contorno.

Anche se già a partire dal 1937 si auspica l’istituzione di un centro studi che regolamenti la produzione edilizia, si dovrà aspettare fino al 1960 perché vengano avviate prove di tipo prestazionale, forse la più credibile alternativa alla ‘buona regola dell’arte’ che viene tralasciata.

Così questi edifici, concepiti con un ‘nuovo modo’ di fare architettura diventano oggetto di un ‘nuovo modo’ di concepire il restauro e le relative tecniche.

Infatti, nei confronti di edifici piuttosto recenti, ma più in generale per gli edifici dell’architettura moderna, i nostri interventi sia di restauro, che di manutenzione o di riparazione si situano – almeno per taluni aspetti – in modo differente che non rispetto all’edificio antico e molte volte entrano a far parte di una certa continuità di vita dell’edificio stesso.

Nell’edificio antico può essere facilmente intuita la grande e variegata avventura percorsa nel tempo e questa dimensione può divenire un momento di estremo fascino: ciò nonostante non sempre è facile concepire la nostra presenza, la nostra opera, solo come una delle tante fasi della storia dell’edificio, storia che necessariamente e inevitabilmente continuerà oltre a noi.

Si rischia facilmente di sentirsi protagonisti e di intervenire come tali, e non semplicemente considerarsi al servizio dell’opera architettonica nella sua storia.

Quando ci troviamo ad operare sull’edificio moderno e ancor più quando ci troviamo ad operare sull’edifico recente, a mio avviso, e per fortuna, è forse più immediata la percezione di una permanenza di atti, di una continuità di azioni facenti parte della vita dell’edificio e che operano per conservare lo stesso ai posteri. Certamente in questi casi è più facile ritrovarsi nello spirito della cura permanente che non del restauro vero e proprio che trova un compimento in sé.

In particolare poi per l’edificio antico, qualora per ipotesi si avesse l’opportunità di conoscere il progetto originale esecutivo, cosa quasi sempre da escludere, rimangono comunque poco note le scelte finali, il cantiere e il momento costruttivo e, al più, questi possono essere ipotizzati in base alla conoscenza dei magisteri storici e agli appunti dei costruttori, in base a situazioni analoghe tramandateci dalla storia e molte volte solo attraverso l’iconografia, anche questa frequentemente stereotipata.

Dunque per l’edificio storico diviene oltremodo affascinante l’apertura del cantiere di restauro quale fonte di nuove scoperte, che può suscitare molte volte curiosità quasi da archeologo. Ed anzi è principalmente dall’apertura di un cantiere sull’edificio storico che si può ipotizzare di ricostruire e documentare quelle che sono state le scelte progettuali e costruttive nella storia dell’edificio.

Per il Moderno e per il recente invece, spesso è ancora viva la memoria del momento costruttivo e allora il cantiere di restauro può assumere un’importanza differente anche se sempre estremamente affascinante.

In molti casi può esistere una gran messe di documentazione d’archivio anche delle fasi esecutive e costruttive, dall’apparenza estremamente rigorosa ma spesso ingannevole.

Ed allora chi deve intervenire si trova sconcertato, privo di documentazione circa le modalità costruttive e circa i dettagli specifici e senza poter far riferimento a modi consolidati così come avviene per l’edilizia storica.

Diviene dunque ancora più importante un’indagine approfondita preliminare oltre che sugli archivi progettuali, sui capitolati, sui documenti della contabilità dei lavori, i cosiddetti ‘libretti di cantiere’ e sulle note di cantiere.

Purtroppo molte volte, specialmente per il Moderno, rimane trascurata l’abitudine all’indispensabile ‘anamnesi’ anche per edifici che spesso rientrano nelle nostre conoscenze quotidiane e dei quali in effetti si riuscirebbe a conoscere molto.

Nello specifico del restauro del Moderno però restano ancora aperti molti problemi interpretativi.

Ci si chiede se in questi edifici sia corretto ricostruire l’oggetto originario nella sua individualità ricalcandone il progetto, ripristinando i manufatti, conservando le scelte iniziali anche se non soddisfacenti; oppure ci si può chiedere se sia più corretto individuare l’iter e la metodologia progettuale originari e ripercorrerli o riapplicarli introducendo nuove soluzioni tecniche; oppure ancora se la via giusta sia riscoprire gli intendimenti, i valori di proposta, di innovazione, di modello, di simbolo e riproporli adottando soluzioni tecniche iniziali o introducendone di nuove correttamente sperimentate.

Ci si chiede ancora se sia lecita l’operazione, a cui talvolta si è assistito, che prevede di definire nuove scelte progettuali e costruttive per ‘riottenere’ un originale, un equivalente dell’originale, che però abbia caratteristiche accertate di durabilità, di manutenibilità, in modo da essere conservabile e trasmissibile al futuro.

È certo, peraltro, che l’esperienza porta a constatare che il progetto più coinvolgente, quello che evoca maggiori responsabilità culturali, per molti aspetti il più difficile da accettare ma che spesso è l’unico che possa salvaguardare l’edificio, è proprio il progetto che prevede l’intervento globale, che coinvolge gli spazi interni, gli impianti, l’arredo fisso, le opere di finitura per adattarli a nuove funzioni, che coinvolge anche scelte circa materiali e prodotti ed in ultima analisi il restauro completo che viene così situandosi all’interno di una rivisitazione responsabile dell’edificio nella sua interezza e nella sua propria individualità architettonica.

È proprio in questo tipo di operazione che si misura la capacità di salvaguardare comunque i valori del progetto primitivo e dell’oggetto costruito.

Intervenire significa accettare il rischio dell’errore, nella convinzione però che dalla storia del fare, anche al limite dalla storia degli errori, purché criticamente rivisitati, può discendere un accrescimento della preparazione culturale e tecnica nostra e di quelli che ci seguiranno.



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[Foto di A. Pedrini]