La parola e la sua orma Stampa Email

Giovanni Tesio

La letteratura si nutre di eccezioni,
ma non bisogna perdere la cura della parola

La regola impone la deroga. Le grammatiche inducono alle trasgressioni, a quello che un occhio sterile chiamerebbe ‘errori’ e che possono (devono) diventare sparigli, decisivi per le sorti della partita.

Due le facce: da un lato il rispetto, dall’altro lo sgambetto, o scambietto, come un tempo si diceva. Ho sempre pensato che non tutti i mali sono di per sé nocivi. Pro bono malum, eterogenesi dei fini, modi di dire la cui unica sostanza è questa: che lo scarto e il guizzo convertono l’inevitabilità in salvezza. Vale per la parola, ma vale per tutto.

Conosco professoresse offese dal punto fermo prima dell’avversativa. Conosco professori scandalizzati dalla virgola intrusa tra soggetto e predicato. Poi però prendo un sonetto di Alfieri (amante della lingua italiana se ce n’è stato uno) e trovo: “Poeta, è nome che diverso suona” e gioisco. La virgola in luogo critico è perfetta, perfettamente sregolata, eslege, e proprio per questo tanto più sapida, energetica. Perché isola la parola ‘Poeta’ in una sorta di solitudine sublime. Isolamento che si fa monumento.

Spero di non essere equivocato. Sono grato ai maestri occhiuti, che continuano a vigilare sul corretto uso delle parole. Ma proprio perché la trasgressione non è atto comune, occorrerà comprendere come nella scrittura la regola sia un patto in deroga, una variante di passo. Come il sistema letterario di questo si nutra e viva.

Non c’è scrittore vero che non abbia percorso la sua strada sghemba, non abbia preso scorciatoie, non abbia fatto vibrare le corde di una chitarra scordata.

Tutto il petrarchismo, ad esempio, è fenomeno che non include soltanto la disciplina formalistica, la modesta ripetizione del ‘modello’, ma anche – dal Della Casa a Michelangelo – un’audace impresa di devianza e differenza.

Facendo un salto quantico, leggo uno scrittore (giurista) come Franco Cordero e resto abbagliato dalla sua scrittura totalmente – consapevolmente – ‘anacronistica’. Scatti, metafore, idee, emozioni, imbrigliate in una cassa di risonanza di logica e di etica ineccepibili. Proprio nel tempo in cui l’una e l’altra vengono meno.

Tutti i più fervidi amanti della lingua nostra hanno pizzicato, hanno acceso i loro altarini al dio dell’eccezione. Tra lombardismi residui e correzioni strenue, lo stesso Manzoni ha mantenuto più di una macchia ai suoi risciacqui. E non parliamo dei ‘macaronici’ più slogati: la famosa e continiana ‘funzione Gadda’.

C’è, insomma, un’ottusità da cui dobbiamo dissentire. Ma c’è anche una carità che dobbiamo riconoscere. O, volendola prendere più bassa, una funzione, un ruolo, che è bene continuare a interpretare.

Le regole sono necessarie, e dunque le grammatiche siano benedette. Ma proprio perché sono loro a dirci e a darci il senso dello scarto. Ogni espressionismo, ogni colorismo, ogni carnevalesco comportano la frattura o la contrattura della norma. Ma sempre si tratta di sregolatezze regolate perché in arte (o letteratura) niente è mai casuale, nemmeno il caso.

A preoccupare è invece la generalizzata violenza (vera e propria violenza) che si dà quando i confini cadono del tutto, quando tutto si converte in caos, quando il disordine sprigiona la sua aggressività senza destino. Questa no, questa non è più la calibrata sommossa del testo in cerca della sua preda.

Questa è barbarie. O meglio, è imbarbarimento. Perché la grammatica (della parola in quanto nucleo di condensazione del pensiero, ma anche come libera circolazione di bellezza) “è una condizione necessaria della legge morale fondamentale”. Lo dice George Steiner desumendolo da Lévi-Strauss.

Ecco ciò che manca alla sensibilità del nostro tempo: la cura della parola che significa. Dove tutto è trasgressione, nulla è trasgressivo. Dove tutto è ‘sregolato’, niente è più ‘sregolato’. Dove tutto s’abbuia, ingrigiscono le sagome, si occulta ogni senso del limite e del confine.

È il nostro punto. La violenza che si esercita sulla parola è disprezzo per la parola. Quanto più la chiacchiera infinita – il chiacchiericcio – s’espande, tanto più la comunicazione diventa borbottio, borborigmo, balbuzie, barbuglio. Oppure rumore, fracasso, frastuono.

Non c’è vera civiltà senza regola, non vera parola senza l’orma del suo eccesso, della dismisura che la necessita e l’imprime.

 

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