Crisi globale: rischi e opportunità Stampa Email

Intervista a Daniela Palma


Conversione produttiva,
ambiente e innovazione
possono essere la chiave
per uscire dalla crisi

Domanda Il protrarsi della crisi economica mondiale sta modificando l’approccio alle tematiche ambientali: dalle politiche dell’Unione Europea alla campagna elettorale di Barack Obama in tutto il mondo si chiede alle strutture produttive di ciascun paese di adattarsi alle esigenze ambientali. Crisi economica e riconversione produttiva sono compatibili?

Risposta
La crisi economica è seria e la questione climatica sempre più stringente, due fatti che, insieme, porterebbero a pensare a una ineluttabilità degli eventi. È bene però rammentare gli aspetti “rigenerativi” delle crisi sul sistema economico. Senza andare troppo indietro nel tempo, basterebbe infatti ricordare, pur con le dovute distinzioni, la crisi che ha coinvolto le economie industrializzate negli anni ’70 sulla scia degli shock petroliferi. Siamo passati dalla “fabbrica fordista” all’“automazione flessibile” che ha accompagnato non solo la razionalizzazione energetica ma anche un’importante evoluzione dei consumi. Quel periodo è stato lo spazio d’incubazione della rivoluzione dell’elettronica e dell’informatica di cui ancora oggi parliamo. Venendo al tempo presente non possiamo non osservare come l’inizio di un percorso sia già stato segnato. Questo lo vediamo immediatamente se guardiamo all’Unione Europea che di recente, con il suo “Pacchetto Clima-Energia”, meglio noto come “Pacchetto 20-20-20” (che prevede, entro il 2020 e per l’Europa nel suo insieme, una riduzione del 20% rispetto al 1990 delle emissioni di gas serra, una produzione del 20% della domanda finale di energia da fonti rinnovabili ed una riduzione del 20% dei consumi energetici) ha inteso “segnare il passo” del cambiamento definendo obblighi precisi per i suoi Stati Membri. Ma questo cambiamento si è già messo in moto e, sotto il profilo del “rinnovamento” del sistema produttivo, cominciano già ad esserci studi che pongono in evidenza l’effetto “virtuoso” della regolamentazione ambientale sui processi innovativi. Sempre con riferimento all’Unione Europea registriamo già una vocazione alle politiche per lo sviluppo di tecnologie per la produzione di energia da fonti rinnovali nel piano di sviluppo tecnologico riflesso nel cosiddetto Set-Plan del novembre 2007. La “consapevolezza” del periodo di crisi può imprimere senz’altro un’accelerazione a questo disegno.


D
L’emergenza della crisi economica non comporta rischi aggiuntivi per l’ambiente, che potrebbe essere messo in secondo piano rispetto a necessità economiche e sociali di più immediato riscontro?

R
Certamente, siamo esposti a questo rischio. Né si può negare che il fronte dell’emergenza debba attivare delle azioni che arginino nell’immediato le conseguenze prossime della crisi. Tuttavia è pur vero che si possono imprimere delle “direzioni” alle azioni che si intraprendono, quantomeno evitando di fare errori marchiani. In Italia, ad esempio, qualunque sia l’emergenza che si ha di fronte, e qualunque sia la portata dell’emergenza (ieri i richiami di Maastricht, oggi la crisi internazionale) si pensa a decurtare risorse dal mondo della conoscenza che inizia dalla formazione “primaria” per arrivare al complesso dell’attività di ricerca. Ma questo è il vero carburante del futuro e, a dire il vero, l’hanno capito non solo i maggiori paesi industriali, ma anche gli “emergenti” (Cina, India, solo per citare i più evidenti). E non è un caso che già diversi paesi abbiano iniziato a generare competenze tecnologiche in campo ambientale facendosi attori di questa nuova fase dell’innovazione nei sistemi industriali. Probabilmente la crisi può rallentare, momentaneamente, questo processo, ma non arrestarlo, né tanto meno invertirne la rotta.



D
La svolta nucleare è convincente? Non è un pericoloso caso di dipendenza energetica che si trasforma in una ancora più pericolosa dipendenza tecnologica?

R
L’Italia ha accumulato fin dalla seconda metà degli anni ’80 un deficit di competenza nelle tecnologie avanzate, essendo riuscita, fino a tempi non lontani, a gestire la propria competitività nell’ambito dei settori “tradizionali”. Questo di per sé non è un male. Il problema è però che il mondo va in un’altra direzione e il nostro, che è pur sempre un paese ad industrializzazione avanzata, “consuma” innovazione senza “produrne”. E aggrava così i suoi conti con l’estero. L’assenza di un adeguato “sistema nazionale d’innovazione” ci porta, paradossalmente, a peggiorare la situazione. È un sistema che funziona “al ribasso”, che non riesce, perché non può per costruzione, a esprimere una domanda di risorse qualificate, dimostrando, conti alla mano, che le (poche) spese in ricerca sono sprecate. Ma sappiamo bene che quei pochi soggetti sparuti (pubblici o privati che siano) la ricerca la fanno bene (se non meglio, se guardiamo all’efficienza, date le risorse!) dei paesi con cui è lecito il confronto. E allora che dire? Non ci può essere nessuna svolta se non si assume il senso di una politica tecnologica. Siamo così destinati a comprare da tutti tutto quello che le più avanzate tecnologie energetiche possono offrire. Il mercato delle nuove tecnologie energetiche si va sempre più conformando come un nuovo oligopolio dove chi fissa i prezzi li impone. Ieri c’erano le Sette Sorelle, domani ci saranno i nostri vicini europei. E, continuando a perdere in competitività, perderemo posti di lavoro, anziché guadagnarne, come si dovrebbe da questa nuova “opportunità epocale”.

 

D C’è qualcosa che il mondo dell’architettura e dell’edilizia dovrebbero fare?

R L’architettura, con i suoi nuovi indirizzi nella edilizia bio-climatica e nell’urbanistica, può certamente essere pensata come un attore “in presa diretta” di tutto il processo di riconversione produttiva e tecnologica di cui abbiamo parlato finora. E poiché il “senso comune” dei nuovi processi d’innovazione attenti all’ambiente vorrebbe essere quello di promuovere un’attenzione speciale per la qualità dello sviluppo, l’architettura può contribuire in un senso più ampio a progettare la direzione verso uno sviluppo di alta qualità. Che deve essere progettato, prima ancora che realizzato. Perché è anche di “progettazione” che i nuovi processi di innovazione si vanno sempre più alimentando.



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[Foto di Lucio Beltrami]


"Il vuoto assoluto, non un'anima nella grigia prospettiva di archi e colonne".

I portici di corso Vinzaglio, la domenica pomeriggio, ritratti, ammirati, onorati di un timore che sfuma nell'orgoglio, da Carlo Fruttero. Un forestiero potrebbe smarrire il senno, un indigeno si bea, si diletta, raggiunge il diapason.

La fisarmonica dei portici. Quattordici chilometri. Le sentinelle di Torino. Che per Mario Soldati termina là dove corso Vinzaglio incontra corso Vittorio Emanuele II. Che per Valdo Fusi tramonta in via Sacchi. Oltre “è ancora Comune di Torino, ma altresì Caracas, Algeri, Toronto; produzione in serie e alla svelta; macchine per abitare; l'anima schizzata fuori dai denti. Torino si esaurisce là dove il porticato se ne muore. La città drammaticamente termina qui. Dove i porticati sospendono il corteo”.

Una fuga di volte. Come una fuga di viali. Quali li elogerà Carlo Levi: “I corsi alberati così lunghi e vasti e deserti, che le parole pare vi possano correre, e allargarsi senza inciampi”. La Torino orizzontale contrapposta alla Torino verticale. O, forse, verticale perché orizzontale. Sarà Massimo Mila, come vessillo la boccioniana Città che sale, a capeggiare la tribù dei grattacieli. Sarà Mario Botta, l'artefice del Santo Volto, a interpretare egregiamente la montaliana “razza di chi rimane a terra”, rammentando che di grattacieli la città è cosparsa, anzi, che ne è attraversata: i viali, i corsi,...

I viali, i corsi: come i portici di corso Vinzaglio, una malìa che può confondere, che può disarcionare. Luciano Foà, segretario generale dell'Einaudi, si rifugerà a Milano, là fondando la casa editrice Adelphi, non riuscendo, la domenica, e non solo, a reggersi in equilibrio lungo gli “interminabili, funesti viali torinesi”. Così confesserà a Carlo Fruttero, che, magari, avrà cercato di trattenerlo, insinuandogli il dubbio: potrebbero non essere veri, solo dipinti....

In Torino riconoscerà invece, alla maniera di Nietzsche, “la città che mi occorre”, Giorgio De Chirico. Scoprendone e facendone brillare di piazza in piazza (“grazie a lui – mediterà Giovanni Arpino – diventeranno il prototipo d'una moderna, assoluta concezione dell'esistenza”) l'anima metafisica, ‘vedendo’ smisuratamente l'invisibile: le statue che scendono dal piedistallo tra settembre e dicembre, in marmo o in bronzo, “i grandi uomini che durante tutto l'anno stanno immobili sopra i loro zoccoli bassi in mezzo al viavai continuo dei veicoli e dei pedoni dopo essersi distesi le membra s'incamminano prudentemente verso quella famosa piazza Castello ove hanno luogo i loro misteriosi concialaboli. Vi si radunano per cantare in coro, sotto il cielo purissimo dell'autunno, l'ineffabile inno della fedeltà eterna e dell'amicizia”.

A svettare come testimone fotografico della Torino metafisica sarà Mario Gabinio (scomparso nel 1938, lascerà al Comune un'eredità in bianco e nero di 4500 lastre ‘entro le mura’). Alunno maiuscolo del diletto, inseguì strade, piazze, monumenti, ippocastani, evitando o quasi le orme umane, come nelle tele di Italo Cremona, il collezionista di armi improprie che suggellerà La coda della cometa, conte philosophique incastonato sotto una Mole mai nominata epperò acuminatissima, distillando un misantropico epitaffio: “Io che ho ragione di credere d'essere stato per un po' di tempo l'unico uomo sopravvissuto sulla terra, neanche allora non ho provato il minimo orgoglio”.

Rarefatta, estatica, la Torino di Gabinio. Muta, ma non ostile, come le sue vie identificate da Carlo Mollino, fra gli immaginifici del reale, demiurgo e collezionista del Supefluo, di ciò che è superbamente inutile e quindi imperdibile, ossia lo stile, annidato in un salotto, in una pista, sulle vette e nelle nuvole, in un'alcova, nell'ultimo, inarrivabile abbaino, ecco: in una camera oscura (lui fotografo, nonché architetto, optimus).


Ironie della sorte. In piazza Carlo Felice, in via Roma, in piazza San Carlo, passeggiando sotto i portici, Benedetto Croce rivelerà di aver concepito le sue opere maggiori. Protetto dal massimo riserbo, né un grido né un sussurro a distrarre il pensiero. E neanche un trillo, gli sarà accaduto di stupirsi, oppure no. Perché – come osserverà Massimo Mila – Torino, “con la regolare geometria del suo reticolo urbano, non è città naturalmente canora, come per esempio Napoli. Il canto ama i vicoli, le strade sinuose, la linea curva e gli angiporti, dove la voce si sente protetta e raccolta: gli inesorabili rettilinei dei corsi e delle vie torinesi gelano il canto sulle labbra...”.

Rari i vicoli, a Torino. Semmai, vagabondando nella toponomastica, a baluginare è una piazzetta, o una vietta. O – l'immagine è di Augusto Monti, il leggendario ‘profe’ del D'Azeglio – un cãnon, una di quelle vie scolorite, grevi di odori, in agguato come sicari nei dintorni del Palazzo Comunale, ideali oasi estive (“Aggirarsi per questi cãnon a Ferragosto per esempio 30 gradi all'ombra dappertutto, qui no, qui fresco ombra come neanche ai monti”).

Torino double face. Fra anarchia e ordine, fra gerarchia e diserzione, fra obbedienza e evasione, e capriccio. Capriccio supremo la diagonale – via Pietro Micca – che irrompe da piazza Solferino, scompigliando le geometrie indigene. Sarà Augusto Monti, in Torino falsa magra, a narrarne l'eccezionalità: “Intorno al '90 alterò radicalmente il volto di Torino nella sua parte più antica aprendo nella quadra meridionale del castrum niente meno quella Gran Via – furoreggiava allora a Torino un'operetta (anzi Zarzuela) spagnola intitolata così – che da piazza Solferino menava per breviorem a piazza Castello, mezza a portici e mezza no, abolendo nella pianta di Torino al suo passaggio tutti gli angoli retti d'un tempo per disseminarla novissimamente d'angoli od acuti od ottusi...”.

Ma la ‘diagonale’ è un lampo, una folgore, che infine non scompagina la città casoratiana, “dalle mansuete colline, dal fiume che sembra rallentare il suo corso per non turbare la calma di tutte le cose, ordinata, geometrica e misurata come un teorema, enigmatica e inquietante come una cabala, astratta come una scacchiera...”. Un mondo di anime “estatiche e ferme”, dove le cose sono “mute e immobili, gli sguardi lunghi, i pensieri profondi e limpidi”.

Una platonica landa, Torino, dove tutto apparirà a Montale “un po' sottovetro”. Protetto da un voile, una nebbia leggera, che non è solo atmosferica, stagionale. Che come i teli allargati sul mobilio, prima di raggiungere il luogo di villeggiatura, copre, ma non imbalsama. Oltre lo schermo fumigante, Piero Gobetti non cessa d'immaginare un'Italia “che non ha bisogno di chiamare eroismo la sua ferma coscienza morale”; Luigi Einaudi di coniare “prediche inutili”; il battilastra di domare il metallo; il vizio assurdo di mulinare in testa; Le Corbusier di elogiare l'armonia fra la città e la natura intorno, raro esempio di “machine à habiter”. “Forse – osservò Marziano Bernardi, storico e critico dell'arte, autore di una preziosissima guida di Torino – l'architetto e urbanista francese non sapeva di toccare col suo giudizio un nodo psicologico dell'indole dei torinesi, almeno di quei pochi che restano d'una stirpe antica: appunto il nesso che corre fra un bisogno innato d'intimità e di raccoglimento, di serietà e di cautela, e il senso di difesa che gli offre la conformazione fisica del luogo dove sono nati e cresciuti”