La scienza come sinonimo di progresso Stampa Email

Piero Bianucci

Come comunicare
le trasformazioni urbane
e la sostenibilità

Comunicare il progetto per la nuova destinazione delle Basse di Stura significa prima di tutto occuparsi di aspetti che riguardano la società, la politica, l’economia, il modello di sviluppo della storia recente e la filosofia dell’ambiente che sceglieremo per il futuro. C’è però anche un aspetto che tocca la comunicazione scientifica in quanto si tratta di parlare ai cittadini di ecologia, produzione e uso dell’energia, gestione delle risorse, tecnologie per il riciclaggio e la gestione dei rifiuti.

Possiamo per convenzione far nascere la comunicazione scientifica con l’opera di Galileo Galilei, che polemicamente Italo Calvino considerava il più grande scrittore italiano e individuare un ampio periodo che dal Seicento, passando per l’Illuminismo e il Positivismo, arriva al 1945, quando esplode la prima bomba atomica. Fino ad allora l’equazione scienza = progresso non era mai stata messa in discussione presso il grande pubblico. Da quel momento il problema delle responsabilità etiche della scienza incomincia. Tuttavia l’idillio tra scienza e pubblico, mediato dai divulgatori e da un nuovo strumento come la Tv molto più penetrante della carta stampata, continua ancora sotto la spinta di conquiste spettacolari come l’esplorazione dello spazio e la scoperta dei meccanismi biologici fondamentali pilotati dal DNA.  Ma verso la metà degli anni Ottanta, e specialmente dopo l’incidente nucleare di Cernobyl, la percezione positiva della scienza si incrina più profondamente e monta la diffidenza dei cittadini, alimentata anche dall’affiorare di polemiche, errori e posizioni diversificate in seno alla comunità scientifica, con una conseguente crisi di prestigio e credibilità che minaccia di travolgere i ricercatori.

Se guardiamo ai temi scientifici più importanti emersi negli ultimi tempi, non si vede in sostanza nessun successo ottenuto dai comunicatori, che non sono riusciti a far comprendere i termini della questione energetica, il ruolo degli OGM, l’illusione della terapia Di Bella contro il cancro, il significato delle ricerche su clonazione  e cellule staminali, il problema di gestire i rifiuti o di costruire le ferrovie ad alta velocità.

Per adesso i sondaggi Eurobarometro dicono che hanno ancora una buona immagine le nanotecnologie, ma già si avvertono i primi segni di deterioramento, direttamente proporzionali al diffondersi delle conoscenze su questo settore della ricerca. Gli insuccessi nella comunicazione scientifica più recente pongono un interrogativo: come si formano le opinioni in tema di scienza e tecnologia?

Il formarsi di un’opinione risulta dalla confluenza di molti fattori: la preparazione scolastica, i mezzi di comunicazione, impulsi emotivi, le conoscenze e le pseudo conoscenze più o meno consapevoli che ognuno di noi porta dentro di sé, i pregiudizi, l’influsso di opinion leader socialmente prossimi, come il proprio medico di base o il vicino di casa al quale viene riconosciuto prestigio culturale, sociale, economico.

Le ricerche sociologiche ci dicono che in questo mix che concorre a formare un’opinione il peso dei media è assai inferiore a quanto comunemente si crede: i media riescono di solito a rafforzare atteggiamenti e credenze, ma non a cambiarli (Wolf).

L’informazione tecnico-scientifica spot – dicono gli studi sociologici sul campo – conta poco perché si perde nel rumore di fondo. Riesce a influire soltanto una copertura a tappeto attuata simultaneamente da vari media.

E in generale, fa notare Alan Mazur, più un tema controverso è coperto dai media, più si accentuano nel pubblico gli atteggiamenti negativi, mentre l’opposizione decresce quando la copertura diventa meno intensa, come è facile verificare pensando alle oscillazioni dell’opinione pubblica riguardo alle centrali nucleari, agli Ogm, agli inceneritori / termovalorizzatori.

Sembra, in definitiva, che le persone siano più condizionate dalla quantità della copertura mediale che dal suo contenuto, e che il pubblico sia affetto da uno strutturale preconcetto “conservatore” per cui in situazioni di incertezza preferisce scegliere ciò che conosce piuttosto che avventurarsi nel nuovo. Di qui il successo del “principio di precauzione”, che di per sé non dovrebbe avere senso in quanto preclude a priori la conoscenza, impedendo una scelta responsabile basata sui fatti verificati, come vorrebbe invece il metodo scientifico.

Stabilito dunque che i media non sono poi tanto potenti, occorre rilevare che è in atto una rivoluzione copernicana nell’acquisizione di informazioni scientifiche: perde punti la fonte televisiva (anche se influisce ancora sul 44% del pubblico europeo) mentre sale la ricerca attiva di informazioni tramite Internet e anche sui libri (National Science Board, Science and Engineering Indicators, 2002).

Forzando un po’ le cose, si può dire che perde colpi la comunicazione scientifica top-down e dalle grandi emittenti al pubblico di massa, mentre si rafforza la comunicazione scientifica interattiva, che si avvale della forza emersa dalla teoria delle reti: come sappiamo, tra ogni abitante della terra e tutti gli altri ci sono in media solo sei gradi di interposizione, e ciò spiega l’epidemica diffusione non solo dei virus informatici ma anche delle conoscenze buone, meno buone e pessime immesse su Internet.

Nel caso della nuova destinazione delle Basse di Stura, qualunque essa sia (parco energetico, land art, documento storico dell’era affluente o altro ancora), è evidente che la comunicazione potrà puntare sui valori del miglioramento della qualità della vita e dell’uscita da un modello di sviluppo che indubbiamente ha prodotto molti guasti.

Non sembra però opportuno adottare il classico modello “forte” a imbuto (o “idraulico”) della divulgazione scientifica: da un lato gli scienziati, in mezzo i comunicatori, dall’altro lato i cittadini nei quali “travasare” nuove conoscenze e nuovi valori. Più conveniente ed efficace sembra invece un modello debole, basato sull’informazione intesa come riduzione dell’incertezza, sul dialogo e sul cambiamento come frutto dell’interpretazione dei dati appresi (non della loro semplice acquisizione).

Questo modello appare tanto più necessario in un paese come l’Italia nel quale, prima ancora che trasmettere nozioni corrette, è necessario sgombrare il campo da false informazioni, pregiudizi e convinzioni di origine emotiva.

Il caso Basse di Stura esige di ridefinire il concetto di rifiuti; situare storicamente quelle discariche come una fase di sviluppo acritico, ma forse inevitabile, della società affluente; e poi di volgere in positivo espressioni deboli (sostenibilità) e con connotazioni negative (decrescita, a-crescita), mostrando che il nuovo modello sociale non è un arretramento ma un progresso. In questa direzione va, per fare un esempio, lo slogan dell’associazione “Vado al minimo”: “Spreco meno, vivo meglio”. Anche nello sviluppo acritico perseguito dai paesi industrializzati nell’ultimo mezzo secolo è possibile, e probabilmente doveroso, riconoscere un aspetto positivo.

È vero che siamo vissuti e stiamo ancora vivendo molto al di sopra delle nostre possibilità a spese di risorse limitate come l’energia fossile e nucleare o le materie prime.

Ma è anche vero che è stata questa grande abbuffata a portare all’accumulo di una enorme quantità di conoscenza che ora induce il mondo occidentale a cambiare (positivamente) verso un modello di sviluppo più saggio.

Questo accumulo di informazioni (bit) introduce una variabile radicalmente nuova nella storia umana: il mondo ora è fatto, oltre che di materia ed energia, di bit immateriali. La materia è un sistema chiuso: solo il riciclaggio ci salverà.

Per l’energia fossile e nucleare vale lo stesso discorso. Ma non per l’energia solare che alimenta i flussi della biosfera, dell’acqua, dell’aria. Da questo punto di vista la Terra è un sistema aperto: importa fotoni solari pregiati e restituisce (effetto serra permettendo) fotoni termici degradati. Infine i bit, l’informazione, sono qualcosa di qualitativamente diverso da materia ed energia, che può crescere quasi senza limite, anche utilizzando i flussi di origine solare (che sono pari a circa 10 mila volte l’attuale consumo energetico del pianeta, ma hanno il problema di essere dispersi e quindi a bassa intensità, mentre noi siamo abituati all’alta intensità energetica dei combustibili fossili e nucleari).

Dobbiamo dunque muoverci verso una società del sapere condiviso che sfugga alle strettoie termodinamiche implicite nei concetti di sostenibilità e decrescita.

La sfida è trasmettere questo messaggio culturale di fondo, nella cui cornice si situa anche, come un piccolo tassello, la nuova destinazione delle Basse di Stura. Ricordando che nel farlo dovremo avere ben presenti quattro obiettivi: trasparenza (non si tratta di manipolare opinioni), chiarezza (che in questo caso è sinonimo di democrazia), semplicità (non semplificazione), brevità e profondità (ricordiamoci che dietro ogni parola che usiamo c’è una visione del mondo).



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[Foto di Maurizio Pisani]