Il ‘Bello’ e l’idea di Paesaggio Stampa Email

Ruggero Martines


Tutelare il paesaggio
e governare il territorio
perché le bellezze della natura
non siano temporanee

Il termine ‘Paesaggio’ ricorre con stupefacente frequenza nei titoli e nelle pagine di fondo dei quotidiani italiani, almeno dal dopoguerra. Ma un attento lettore sfogliando l’emeroteca degli ultimi anni, potrebbe riscontrare diversi modi di intendere una realtà che soltanto a prima vista sembra riassunta in una unica idea. Il paesaggio, nelle accezioni degli ambientalisti, paesaggisti, geologi o agronomi e botanici, diviene in realtà uno dei lemmi a maggior valenza polisemantica della nostra cultura. Ognuna delle discipline citate vede nello spazio della vita dell’uomo e nella forma nella quale si manifesta la natura, un diverso significato. La struttura geologica di un territorio e la forma del paesaggio agrario sono correlate, ma non offrono una concatenazione univoca di cause ed effetti. Ad un unico tipo di struttura geomorfologica si possono associare diverse forme di coltre in dipendenza della storia sociale che ha caratterizzato il sito. La morfologia e l’aspetto del paesaggio mutano in conseguenza, le colline terrazzate delle Langhe sono coperte di viti, i pendii terrazzati della costa d’Amalfi ospitano limoni. Ancora più distante è il rapporto tra natura naturans e natura naturata. Il concetto di ambiente, sorto in seno della cultura anglosassone ed ormai universalmente esteso, ha ben poco in comune con la definizione che Benedetto Croce propose per il paesaggio quando negli anni Venti si fece promotore di una legge per la tutela del ‘Bel Paese’.

La definizione crociana identificava nel concetto di ‘quadro naturale’ la qualità estetica del paesaggio. Era l’osservatore che riconosceva un valore qualitativo, virtualmente ‘emozionale’, nel ‘godimento’ del paesaggio. È questo il ‘valore’ che si intendeva tutelare e conservare.

Un interrogativo sorge spontaneo a questo riguardo. Quale possa essere l’origine di una concezione sostanzialmente ‘soggettiva’, legata alla cultura dell’osservatore piuttosto che a dati oggettivi, della definizione ‘categoriale’ del ‘bello’ nel paesaggio? In altri termini è l’osservatore che riconosce e gode i valori insiti nel paesaggio, di converso un osservatore incolto non riconoscerebbe alcunché. Il richiamo alle idee di ‘cornice’ e ‘quadro’ non può considerarsi casuale, rinvia alla pittura di paesaggio. A tal proposito occorre rammentare la contiguità della scuola di Posillipo o quella dei pittori della costiera, così vicine nel tempo e nello spazio a Croce. Del resto ripercorrendo nel tempo lo sviluppo del genere pittorico, i precedenti sono autorevoli e densi di significato. L’olio di Corot per le cascate di Tivoli o il Trionfo di Flora di Poussin ritratta in una ‘arcadia’ sulle rive del Tevere sono precedenti, prossimi o lontani ben noti alla cultura italiana. Certamente non sfugge ai conoscitori della pittura di paesaggio come sia raro rinvenire una immagine che rappresenta la sola natura, ma come invece due elementi siano quasi sempre presenti, alternativi o coincidenti. Il primo: la intelligente figura umana (P. Bruegel, La caduta di Icaro) a commento o al centro del paesaggio, la mietitura (Poussin), le cacce (Hackert), la raccolta autunnale dei frutti (Hackert). Il secondo tema sono le rovine. Le incisioni romane di Giovanni Battista Piranesi e quelle completate dal figlio Francesco per Paestum o ancora quelle conservate all’Hermitage di Jacob Philippe Hackert, attraverso la pittura, e le fortune della archeologia, aggiungono con autorevolezza al paesaggio il valore centrale della storia trascorsa col rappresentare i ruderi, le visioni del paesaggio con rovine a Roma si arricchiscono di pini e greggi. Sicché si può affermare come, per distinguere l’Italia da ogni altro paesaggio, la pittura europea la connoti con la presenza delle rovine. Un olio di Hackert ritrae Johan Wolfgang Goethe che rimira il Colosseo, Giacomo Quarenghi progetta, per conferire aulicità alla villa imperiale di Tsarskoye Selo, false rovine nel giardino. Anche nella villa di Postdam le rovine che riproducono i balnea pompeiani ricordano il grand tour in Italia.

Fin qui la tradizione. Una tappa importante per la tutela del paesaggio italiano è stata la creazione del Ministero per i Beni Culturali nel 1975. Esso ereditò il quadro normativo e la tradizione amministrativa della Direzione Generale Antichità e Belle Arti. Ciò nonostante, per quanto attiene il paesaggio, negli anni successivi si assiste alla radicale trasformazione degli equilibri. Significativi recenti adeguamenti alla Carta costituzionale, l’ideologia della pianificazione da un lato (talvolta intesa nei modi che in seguito produssero ad esempio il Progetto 80), la nascita di un diffuso sentimento ambientalista, la legge Galasso, sono tappe di un dibattito intenso e non risolto. Il governo del territorio fu conteso e rivendicato da vari organismi della Repubblica fino a determinare l’attuale parcellizzazione dei poteri.
I giudizi sul paesaggio, anziché riposare sulla base del ‘Bello’ o sulla valutazione della ‘dimensione conforme’ alla struttura del territorio, soggiacciono oggi, in attesa dei Piani paesaggistici, ad un ‘meccanismo’ quasi soltanto giuridico. Nel Duemila, per fortuna, l’Italia si fece promotrice dalla Convenzione Europea, che riguarda parallelamente il paesaggio ed il costruito in esso insediato. Il testo opportunamente riconfigura ‘il Bello’ all’interno del ‘sentimento del Paesaggio’ proprio delle popolazioni insediate. La ‘Convenzione’ è la struttura ideale del Piano paesaggistico della Puglia ormai redatto ed in corso di adozione. Il testo della ‘Convenzione’ merita di essere richiamato: costituisce infatti un documento programmatico di assoluto rilievo. Gli stati sottoscrittori si impegnano, con l’art. 2 a:

“a) riconoscere giuridicamente il paesaggio in quanto componente essenziale del contesto di vita delle popolazioni, … naturale e fondamento della loro identità; b) stabilire e attuare politiche paesaggistiche volte alla salvaguardia, alla gestione e alla pianificazione dei paesaggi tramite l'adozione delle misure specifiche …; c) avviare procedure di partecipazione del pubblico, delle autorità locali e regionali e degli altri soggetti coinvolti nella definizione e nella realizzazione delle politiche paesaggistiche …; d)  integrare il paesaggio nelle politiche di pianificazione del territorio, urbanistiche e in quelle a carattere culturale, ambientale, agricolo, sociale ed economico …”

Questa nuova concezione del ‘Bello’, rivista alla luce della ‘Identità rappresentativa tra popolazione e paesaggio’ riconduce il paesaggio all’interno di una politica orientata tanto al ‘bello’ quanto al ‘progetto’, punto di equilibrio tra conservazione e sviluppo. La natura non è un investimento ma un dono. Essa e l’uomo hanno impiegato secoli a configurare struttura ed immagine di un territorio. Viene quindi spontaneo il desiderio che maturi nell’idem sentire dei cittadini la consapevolezza del progetto per la tutela, unico vero ‘strumento’ per difendere un bene di tutti: il paesaggio.



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[Foto: P.Bruegel, La caduta di Icaro]