Torino Paesaggio Stampa Email

Bruno Quaranta


Come un lampo
la diagonale si insinua
nell’ordine geometrico delle vie,
senza tuttavia turbarne
l’equilibrio e la simmetria

"Il vuoto assoluto, non un'anima nella grigia prospettiva di archi e colonne".

I portici di corso Vinzaglio, la domenica pomeriggio, ritratti, ammirati, onorati di un timore che sfuma nell'orgoglio, da Carlo Fruttero. Un forestiero potrebbe smarrire il senno, un indigeno si bea, si diletta, raggiunge il diapason.

La fisarmonica dei portici. Quattordici chilometri. Le sentinelle di Torino. Che per Mario Soldati termina là dove corso Vinzaglio incontra corso Vittorio Emanuele II. Che per Valdo Fusi tramonta in via Sacchi. Oltre “è ancora Comune di Torino, ma altresì Caracas, Algeri, Toronto; produzione in serie e alla svelta; macchine per abitare; l'anima schizzata fuori dai denti. Torino si esaurisce là dove il porticato se ne muore. La città drammaticamente termina qui. Dove i porticati sospendono il corteo”.

Una fuga di volte. Come una fuga di viali. Quali li elogerà Carlo Levi: “I corsi alberati così lunghi e vasti e deserti, che le parole pare vi possano correre, e allargarsi senza inciampi”. La Torino orizzontale contrapposta alla Torino verticale. O, forse, verticale perché orizzontale. Sarà Massimo Mila, come vessillo la boccioniana Città che sale, a capeggiare la tribù dei grattacieli. Sarà Mario Botta, l'artefice del Santo Volto, a interpretare egregiamente la montaliana “razza di chi rimane a terra”, rammentando che di grattacieli la città è cosparsa, anzi, che ne è attraversata: i viali, i corsi,...

I viali, i corsi: come i portici di corso Vinzaglio, una malìa che può confondere, che può disarcionare. Luciano Foà, segretario generale dell'Einaudi, si rifugerà a Milano, là fondando la casa editrice Adelphi, non riuscendo, la domenica, e non solo, a reggersi in equilibrio lungo gli “interminabili, funesti viali torinesi”. Così confesserà a Carlo Fruttero, che, magari, avrà cercato di trattenerlo, insinuandogli il dubbio: potrebbero non essere veri, solo dipinti....

In Torino riconoscerà invece, alla maniera di Nietzsche, “la città che mi occorre”, Giorgio De Chirico. Scoprendone e facendone brillare di piazza in piazza (“grazie a lui – mediterà Giovanni Arpino – diventeranno il prototipo d'una moderna, assoluta concezione dell'esistenza”) l'anima metafisica, ‘vedendo’ smisuratamente l'invisibile: le statue che scendono dal piedistallo tra settembre e dicembre, in marmo o in bronzo, “i grandi uomini che durante tutto l'anno stanno immobili sopra i loro zoccoli bassi in mezzo al viavai continuo dei veicoli e dei pedoni dopo essersi distesi le membra s'incamminano prudentemente verso quella famosa piazza Castello ove hanno luogo i loro misteriosi concialaboli. Vi si radunano per cantare in coro, sotto il cielo purissimo dell'autunno, l'ineffabile inno della fedeltà eterna e dell'amicizia”.

A svettare come testimone fotografico della Torino metafisica sarà Mario Gabinio (scomparso nel 1938, lascerà al Comune un'eredità in bianco e nero di 4500 lastre ‘entro le mura’). Alunno maiuscolo del diletto, inseguì strade, piazze, monumenti, ippocastani, evitando o quasi le orme umane, come nelle tele di Italo Cremona, il collezionista di armi improprie che suggellerà La coda della cometa, conte philosophique incastonato sotto una Mole mai nominata epperò acuminatissima, distillando un misantropico epitaffio: “Io che ho ragione di credere d'essere stato per un po' di tempo l'unico uomo sopravvissuto sulla terra, neanche allora non ho provato il minimo orgoglio”.

Rarefatta, estatica, la Torino di Gabinio. Muta, ma non ostile, come le sue vie identificate da Carlo Mollino, fra gli immaginifici del reale, demiurgo e collezionista del Supefluo, di ciò che è superbamente inutile e quindi imperdibile, ossia lo stile, annidato in un salotto, in una pista, sulle vette e nelle nuvole, in un'alcova, nell'ultimo, inarrivabile abbaino, ecco: in una camera oscura (lui fotografo, nonché architetto, optimus).

Ironie della sorte. In piazza Carlo Felice, in via Roma, in piazza San Carlo, passeggiando sotto i portici, Benedetto Croce rivelerà di aver concepito le sue opere maggiori. Protetto dal massimo riserbo, né un grido né un sussurro a distrarre il pensiero. E neanche un trillo, gli sarà accaduto di stupirsi, oppure no. Perché – come osserverà Massimo Mila – Torino, “con la regolare geometria del suo reticolo urbano, non è città naturalmente canora, come per esempio Napoli. Il canto ama i vicoli, le strade sinuose, la linea curva e gli angiporti, dove la voce si sente protetta e raccolta: gli inesorabili rettilinei dei corsi e delle vie torinesi gelano il canto sulle labbra...”.

Rari i vicoli, a Torino. Semmai, vagabondando nella toponomastica, a baluginare è una piazzetta, o una vietta. O – l'immagine è di Augusto Monti, il leggendario ‘profe’ del D'Azeglio – un cãnon, una di quelle vie scolorite, grevi di odori, in agguato come sicari nei dintorni del Palazzo Comunale, ideali oasi estive (“Aggirarsi per questi cãnon a Ferragosto per esempio 30 gradi all'ombra dappertutto, qui no, qui fresco ombra come neanche ai monti”).

Torino double face. Fra anarchia e ordine, fra gerarchia e diserzione, fra obbedienza e evasione, e capriccio. Capriccio supremo la diagonale – via Pietro Micca – che irrompe da piazza Solferino, scompigliando le geometrie indigene. Sarà Augusto Monti, in Torino falsa magra, a narrarne l'eccezionalità: “Intorno al '90 alterò radicalmente il volto di Torino nella sua parte più antica aprendo nella quadra meridionale del castrum niente meno quella Gran Via – furoreggiava allora a Torino un'operetta (anzi Zarzuela) spagnola intitolata così – che da piazza Solferino menava per breviorem a piazza Castello, mezza a portici e mezza no, abolendo nella pianta di Torino al suo passaggio tutti gli angoli retti d'un tempo per disseminarla novissimamente d'angoli od acuti od ottusi...”.

Ma la ‘diagonale’ è un lampo, una folgore, che infine non scompagina la città casoratiana, “dalle mansuete colline, dal fiume che sembra rallentare il suo corso per non turbare la calma di tutte le cose, ordinata, geometrica e misurata come un teorema, enigmatica e inquietante come una cabala, astratta come una scacchiera...”. Un mondo di anime “estatiche e ferme”, dove le cose sono “mute e immobili, gli sguardi lunghi, i pensieri profondi e limpidi”.

Una platonica landa, Torino, dove tutto apparirà a Montale “un po' sottovetro”. Protetto da un voile, una nebbia leggera, che non è solo atmosferica, stagionale. Che come i teli allargati sul mobilio, prima di raggiungere il luogo di villeggiatura, copre, ma non imbalsama. Oltre lo schermo fumigante, Piero Gobetti non cessa d'immaginare un'Italia “che non ha bisogno di chiamare eroismo la sua ferma coscienza morale”; Luigi Einaudi di coniare “prediche inutili”; il battilastra di domare il metallo; il vizio assurdo di mulinare in testa; Le Corbusier di elogiare l'armonia fra la città e la natura intorno, raro esempio di “machine à habiter”. “Forse – osservò Marziano Bernardi, storico e critico dell'arte, autore di una preziosissima guida di Torino – l'architetto e urbanista francese non sapeva di toccare col suo giudizio un nodo psicologico dell'indole dei torinesi, almeno di quei pochi che restano d'una stirpe antica: appunto il nesso che corre fra un bisogno innato d'intimità e di raccoglimento, di serietà e di cautela, e il senso di difesa che gli offre la conformazione fisica del luogo dove sono nati e cresciuti”



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