Etica e scienza: due sfere separate? Stampa Email

Marcello Cini

Cadono gli steccati tra scienza,
tecnologia e etica.
Non si possono separare
gli interessi dalla conoscenza,
i valori dai fatti

Nel secolo appena finito l'uomo ha instaurato il suo pieno dominio sulla materia inerte. Un esempio clamoroso del problema della responsabilità sociale degli scienziati, sorto nel corso di questa impresa, è stato indubbiamente la scoperta dell’energia immagazzinata nel nucleo dell’atomo e la sua utilizzazione per la costruzione della prima bomba atomica. Avevo compiuto da pochi giorni ventidue anni quando la notizia del suo lancio su Hiroshima apparve in un laconico trafiletto sul giornale, l’Unità, che avevo diffuso da clandestino, tornato libero in edicola dopo più di due decenni. Ero soltanto uno studente di ingegneria e non sapevo nulla di fisica atomica ma i diciotto mesi passati sotto l’occupazione tedesca mi avevano insegnato che se Hitler avesse avuto la bomba prima degli americani sarebbe stato un disastro per tutta l’umanità. Non mi fece dunque particolarmente orrore, ma la considerai, al contrario, come la fine delle tragiche dittature che avevano minacciato il mondo e l’ultimo degli orrendi massacri e delle immense carneficine della guerra.

Il nuovo secolo sarà invece il secolo del dominio dell'uomo sulla materia vivente e del controllo sui fenomeni mentali e sulla coscienza. È essenziale riconoscere che questa svolta cambia profondamente la natura stessa della scienza e dei problemi etici che essa solleva. Essa infatti comporta lo sgretolamento di due steccati che tradizionalmente separavano la scienza dalle altre attività sociali umane. Uno separava la scienza (in quanto conoscenza disinteressata della natura ottenuta attraverso la scoperta) dalla tecnologia (in quanto utilizzazione pratica dei risultati della prima realizzata attraverso l'invenzione). L'altro steccato separava le attività che si occupano di fatti da quelle che si occupano dei valori che stanno alla base delle norme (etiche e giuridiche) intese a regolare le finalità e i comportamenti degli individui nei loro rapporti privati e nelle loro azioni sociali.

Una cosa è infatti manipolare, controllare, forgiare un oggetto fatto di materia inerte e altra cosa è compiere le stesse operazioni su un organismo vivente o addirittura sull'uomo. Nel primo caso il lecito può coincidere con l'utile, nel secondo il lecito dovrebbe per lo meno dipendere anche da una valutazione di natura etica. Dunque anche la seconda separazione tende a svanire: diventa sempre più difficile decontaminare i fatti dai valori ed estirpare gli interessi dalla conoscenza.

È tuttavia evidente che la svolta non viene percepita, nell'immaginario collettivo, in tutta la sua radicalità. "Il fatto che una cosa abbia natura biologica e si autoriproduca – afferma ad esempio un oscuro ma aggiornato biotecnologo di Oakland – non basta a renderla diversa da un pezzo di macchina costruita con dadi, bulloni e viti". Il problema della responsabilità sociale degli scienziati si pone dunque in una luce completamente nuova.

Secondo il fondatore della sociologia della scienza, Robert Merton, “quattro sono gli imperativi istituzionali a fondamento dell'ethos della scienza moderna: l'universalismo, il comunitarismo, il disinteresse e il dubbio sistematico". Perché questi principi entrano in crisi?

In primo luogo, vacilla la norma dell’adozione di criteri universali e impersonali come premessa per l’identificazione dei ‘fatti’ e per la formulazione delle categorie appropriate a ordinarli. L’esistenza di criteri di questa generalità poteva essere giustificabile quando si trattava di scoprire le grandi leggi della natura, ma diventa impossibile da sostenere quando l’obiettivo è la spiegazione delle proprietà di sistemi complessi, per definizione dipendenti dal contesto e dalla loro storia; ne derivano spiegazioni diverse che non sono per forza mutuamente esclusive, ma dipendono a loro volta dalle ipotesi assunte per darne rappresentazioni attendibili.

Quanto alle norme sul comunitarismo e sul disinteresse, ne è ormai sotto gli occhi di tutti l’anacronismo. Lo sgretolamento della barriera fra ricerca scientifica ‘pura’ e ricerca tecnologica ‘applicata’ e la conseguente corsa alla brevettazione di ogni componente della straordinaria varietà di forme viventi e di ogni manifestazione delle infinite possibili espressioni del pensiero umano, ne decreta infatti l’obsolescenza teorica e l’inapplicabilità pratica.

Anche l’ultimo imperativo istituzionale, il dubbio sistematico, che avrebbe dovuto portare, attraverso ripetuti confronti tra giudizi dissenzienti, alla convergenza della comunità su un unico giudizio condiviso relativo all’interpretazione dei fenomeni oggetto d’indagine, si dimostra infine, anche se sempre necessario, inadeguato a raggiungere uno scopo diventato irraggiungibile.

Come ricostruire dunque norme deontologiche valide, capaci di ridare all'attività di ricerca strumenti per ottenere risultati affidabili e offrire agli attori sociali (individui singoli, comunità, gruppi di interessi, istituzioni pubbliche e private) gli elementi per compiere scelte razionalmente giustificabili e moralmente soddisfacenti?

Per quanto riguarda il rapporto fra etica e ricerca scientifica il riferimento all'opera di Hans Jonas è d'obbligo. Il primo nuovo valore che dobbiamo introiettare, secondo questo filosofo, è fondato sull'obbligo morale di prefigurarci e di approfondire le possibilità ipotetiche che il nostro oggi, così gravido di conseguenze e sotto molti aspetti calcolabile, porta in grembo. "Il valore di tali prefigurazioni è legato al fatto che non sono fatalistiche: anzi, è proprio in quanto noi possiamo agire in modo da evitarne le possibili conseguenze catastrofiche che dobbiamo impegnarci a svilupparle". È per questo dunque, che la coscienza impone "a coloro che fanno previsioni ipotetiche di rendere noto il loro punto di vista come stimolo o ammonimento per favorire o impedire l'avverarsi di ciò che hanno previsto". La proposta di Jonas ci permette, ad esempio, di rispondere alle argomentazioni – puntualmente avanzate dai sostenitori ad oltranza della libertà della scienza e della tecnologia di realizzare tutto ciò che può essere realizzato (e di immetterlo sul mercato) – a proposito di due questioni sulla quali si è molto discusso e si continua a discutere: quella della diffusione su scala planetaria degli OGM e quella dell'intervento sul genoma umano al fine di ‘migliorare’ la specie.

Strettamente legata alle idee di Jonas è l’introduzione, ormai accolta da una serie di documenti ufficiali e da norme dell’Unione Europea del principio di precauzione nello sviluppo e nella diffusione dell’innovazione tecnologica. La sua base fattuale è data dalla constatazione che viviamo ormai nella “società del rischio” (un termine coniato da Ulrich Beck in un testo ormai classico con questo titolo che risale alla metà degli anni Ottanta), definita come la nuova fase della società industriale, in cui “il rapporto tra produzione di ricchezza e produzione di rischi s’inverte dando priorità alla seconda rispetto alla prima”. Siamo passati infatti da una fase nella quale era diffusa l’aspettativa che la crescita della conoscenza della realtà sociale e naturale avrebbe permesso d’intervenire su di essa sempre più efficacemente e razionalmente in modo mirato e controllato, a una in cui la proliferazione di questi interventi è a sua volta origine d’imprevedibilità e insicurezza.

Secondo la formulazione che ne danno i due autori – Kourilsky e Viney – che per primi hanno affrontato la questione, “il principio di precauzione implica l’adozione di un insieme di regole finalizzate a impedire un possibile danno futuro, prendendo in considerazione rischi tuttora non del tutto accertati”. La precauzione occupa un ambito intermedio fra quello in cui si applicano le procedure della prevenzione (cioè dell’attivazione di misure volte a evitare o a limitare le conseguenze di un agente di rischio accertato) e quello delle semplici congetture (che non giustificano la sospensione di uno sviluppo tecnologico utile del quale i futuri possibili effetti avversi, in assenza di evidenze anche parziali, possano soltanto essere ipotizzati).

È chiaro, tuttavia, che l’applicazione di questo principio lascia larghi margini di discrezionalità sia agli scienziati che si occupano della valutazione del rischio, sia ai decisori che devono far fronte alla sua gestione. Spetta dunque alle associazioni che hanno per obiettivo la tutela della salute e la salvaguardia dell’ambiente allertare i cittadini, senza catastrofismi ma con documentata attenzione, sui possibili rischi che superino la soglia della congettura per entrare nel campo delle previsioni fondate su evidenze significative.

Un ultimo tema riguarda il rapporto fra il crescente intreccio tra le tecnoscienze e l’ordinamento democratico delle società occidentali industrializzate. Un tema che sta diventando sempre più attuale, a causa dell’influenza che questo intreccio esercita su ogni aspetto della vita quotidiana dei cittadini e sulle prospettive del loro futuro. Tradizionalmente, questo rapporto è stato gestito attraverso consulenze fornite ai rappresentanti eletti del popolo (parlamento e organismi di governo locali o centrale) da agenzie governative o comitati di esperti nominati ad hoc, o ancora informalmente da singoli scienziati di fiducia dei decisori politici, senza interventi rilevanti dell’opinione pubblica. Da qualche anno, tuttavia, la tecnologia e la scienza generano controversie che coinvolgono larga parte della popolazione, su temi come lo smaltimento dei rifiuti o la collocazione e la natura delle centrali, la difesa dell’ambiente o gli ogm, la prevenzione delle malattie o la libertà delle telecomunicazioni.

Un approccio originale a questo problema è stato sviluppato negli ultimi decenni dagli studiosi dei rapporti fra scienza, tecnologia e società (sts). Secondo Wiebe E. Bijker, che insegna questa disciplina all’Università di Maastricht, dove dirige anche un centro di ricerca dedicato allo studio dei problemi che nascono da questo intreccio, il compito di questi studi è di “politicizzare la società tecnologica, mostrando a un largo spettro di soggetti sociali – politici, ingegneri, scienziati, oltre al pubblico in generale – che la scienza e la tecnologia sono cariche di valori, che tutti gli aspetti della cultura moderna sono permeati di scienza e di tecnologia, che queste ultime giocano un ruolo chiave sia nel tenere insieme la società, sia nelle questioni che ne minacciano la stabilità, e dunque che entrambe debbano essere soggette al dibattito politico”.

Gli studiosi di sts devono diventare – secondo Bijker – i nuovi intellettuali del xxi secolo, per affrontare nei loro molteplici aspetti problemi concreti: questioni ecologiche, il fossato tra nord e sud del mondo, il terrorismo, la democrazia e così via. In particolare, Bijker fonda la sua attività di ricercatore e di organizzatore sul concetto di “costruzione sociale della tecnologia” (cst), in contrapposizione alla concezione standard della tecnologia come forza autonoma, rappresentata da macchine e processi che incorporano proprietà oggettive della materia, in grado perciò di immettere nella società i suoi prodotti senza essere condizionata da questa. Nella cst, il punto di partenza sono i ‘gruppi sociali rilevanti’. Gli artefatti tecnici sono descritti attraverso gli occhi dei membri di questi gruppi. Deve essere chiaro che i costruttivisti non sostengono che la scienza e la tecnologia non abbiano meriti intrinseci propri: al contrario, essi sono convinti che queste attività debbano essere salvaguardate e altamente apprezzate. Ma i loro meriti devono essere conquistati nella pratica sociale e non calati dall’alto.

Sullo stesso terreno dell’analisi di Bijker, si pone Daniele Ungaro nel libro La democrazia Ecologica – per proporre una definizione di questo concetto capace di tener conto sia della crisi dell’oggettività scientifica che nasce dalle enormi potenzialità delle tecnologie legate al progredire della conoscenza della natura (che rendono tendenzialmente incontrollabile la catena dei loro effetti), sia dell’esistenza di nuove forme di associazione fra umano e non umano – i cosiddetti ‘collettivi ibridi’ – che caratterizzano l’intreccio fra le relazioni sociali, le condizioni materiali di esistenza degli individui e le trasformazioni ambientali.

Il concetto si basa, da un lato, sul superamento della tradizionale concezione di una scienza dei fatti indiscutibili e di una tecnologia degli oggetti manipolabili a piacere, e, dall’altro, sull’adozione di una politica dei soggetti e delle loro priorità, attraverso la trasformazione dei soggetti umani e degli oggetti naturali in attori sociali (umani e non umani) integrati in un collettivo ibrido società/ambiente. Di conseguenza, considerare le nostre relazioni con l’ambiente come bene primario significa riconoscere il diritto a tutti gli stakeholders (soggetti coinvolti) di intervenire per affermare i loro bisogni fondamentali.

Per concludere: lo scienziato oggi non può limitarsi a rifiutare – come fece il fisico Franco Rasetti quando declinò l’invito di Fermi a unirsi a lui nel Progetto Manhattan – di partecipare a un’impresa considerata oggettivamente incontrollabile ma soggettivamente ritenuta dannosa o immorale. Oggi si tratta di contribuire attivamente, dall’interno, alla liberazione del processo di crescita della conoscenza della natura e della società dalle catene che lo vincolano sempre di più al cieco meccanismo del mercato, per ricostituire quell’unità tra “virtute e canoscenza” che Dante indicava come fine agli uomini che non volessero rassegnarsi a “viver come bruti”.



© RIPRODUZIONE RISERVATA