Quando la realtà è ingabbiata Stampa Email

Intervista a Norma Rangeri di Raffaella Bucci


Niente è più reale della finzione.
Cosa trasmette la tv

Domanda Che cosa rappresentava la televisione per lei bambina e per i suoi famigliari: cultura, modernità, informazione? E allora, univa o frantumava il nucleo familiare?

Risposta Un tempo la televisione guidava la vita famigliare: le regole della televisione scandivano gli appuntamenti della famiglia che la sera si riuniva per una visione collettiva. A questa si affiancava una visione pedagogica attraverso la Tv dei ragazzi, che costituiva uno strumento, per i più giovani, per avvicinarsi a nuovi mondi e realtà sconosciute. Attualmente il rapporto tra palinsesto televisivo e tempi della vita esterna è capovolto: non è più la televisione a dettare tempi e regole della sua fruizione, ma è lo spettatore e gli appuntamenti esterni che guidano la formazione del palinsesto. La televisione era prodotta da intellettuali e aveva una forte impronta culturale. Si può discutere sui suoi contenuti, sul livello di creatività o conformismo, ma è indubbio il ruolo di agenzia culturale: un’agenzia che si è affiancata e talvolta anche sostituita alla scuola. Quando infatti si è diffusa nelle case italiane, la popolazione, a differenza che in altri Paesi, era quasi analfabeta; questo le ha permesso di diventare il principale strumento di informazione, riducendo l’interesse nei confronti della lettura ed è tra le ragioni che hanno portato ad una scarsa diffusione dei giornali in Italia.


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Lei è stata per molti anni critica televisiva de Il Manifesto. Quante ore dedicava nella sua giornata-tipo alla televisione? Ci sono danni collaterali dovuti all’eccessiva ‘esposizione’ ai programmi televisivi e si può quindi parlare di ‘malattia lavorativa’?

R Fino a pochi mesi fa, prima di diventare direttore de Il Manifesto, guardavo la televisione fino a sei ore al giorno. Stare così tante ore davanti allo schermo significa chiudersi in una dimensione, ma anche essere nel presente, nella realtà che viene vista da tutti e che influenza tutto il Paese. Tuttavia, se da un lato la televisione è ipertrofica, dall’altro lato è asfittica, con scarsa libertà e creatività e decisamente poco pluralista. Chiudendosi nel mondo televisivo si perde tutto ciò che dalla televisione è escluso, che è interessante quanto ciò che ne è incluso.


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Il programma televisivo che tutti dovrebbero vedere?

R La più grande sorpresa degli ultimi anni sono le nuove serie americane come Dottor House, Ally McBill, Sex and the City, oltre a tutte le serie militari. Questa narrativa offre un vero e proprio spaccato sulla società statunitense, oltre ad essere un prodotto di alta qualità.


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Al giorno d’oggi l’idea dell’isola sperduta nell’immaginario collettivo rimanda all’Isola dei famosi piuttosto che a Robinson Crusoe. Come si concilia un format televisivo (che ha delle regole) con il tema dell’isola deserta (e quindi senza regole) e con la gestualità della vita quotidiana in una casa come quella del Grande Fratello?

R Nei reality, le regole del format televisivo si impongono su quelle della vita spontanea extra televisiva; vi si può toccare con mano la finzione degli orari, dei vestiti e delle relazioni che si instaurano in essi. I partecipanti sono personaggi scelti attraverso un casting, che è una componente fondamentale del format. La location varia, in alcuni casi è in un luogo chiuso o all’aperto, per dare un’impressione di cambiamento e varietà, che è anch’essa una finzione. I reality sono solo una vetrina dove nulla è spontaneo, né la vita quotidiana della casa del Grande Fratello, né tantomeno la vita avventurosa de L’isola dei famosi. Un esempio dell’importanza che hanno i tempi televisivi nell’organizzazione della vita dei reality è evidente nell’assenza di libri nella casa del Grande Fratello: un’assenza che non è solo una dimenticanza, ma è intenzionale, per non correre il rischio di annoiare i telespettatori imponendo i ritmi della lettura incompatibili con quelli della fruizione televisiva.


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Molti programmi televisivi (e non fa differenza l’argomento trattato: dalla politica allo sport, ecc.) mostrano solo il lato polemico – quando non quello aggressivo e volgare – senza lasciar spazio alla riflessione e alla discussione costruttiva. Quali regole imporrebbe se avesse il potere di farlo?

R I talk show sono costruiti per creare rissa e attriti. I dibattiti, da quelli che accompagnano i reality a quelli politici, mirano a creare l’urlo e il litigio in modo da aumentare l’audience, giungendo anche a veri e propri scontri fisici. Questo tuttavia cancella il confronto e il talk show perde credibilità proprio perché non riesce a superare la ‘barriera’. Diverso è il caso di format televisivi che si basano sull’inchiesta, come nel caso di Anno Zero, Report e dei programmi di Riccardo Iacona, dove il principio dello scontro riesce a essere accantonato. Il talk show potrebbe avere la capacità di ridurre la difficoltà di un programma-inchiesta, rendendolo appetibile per un pubblico più ampio, affiancando alla parte informativa la componente del commento; si potrebbe fornire un servizio a 360° allo spettatore, senza ricadere nello scontro frontale. Tuttavia la politica detta le regole, imponendo il principio della par conditio: il talk show risulta ingabbiato nella necessità di garantire uguale visibilità alle forze politiche, vincolando la scelta dei relatori che spesso non sono coloro che conoscono il tema che sono chiamati ad approfondire, ma piuttosto quelli che rappresentano la ‘giusta’ parte politica. La televisione costruisce lo scontro dunque, specchiando dinamiche che si ripetono in modo analogo in contesti diversi.



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