Una slow fotografa tra essenzialità e misura Stampa Email

Intervista a Bruna Biamino di Liana Pastorin


Concentrazione nell’inquadratura,
pochi ritocchi al computer,
riduzione del superfluo
per una maggiore attenzione
ai particolari… i trucchi svelati

Domanda La fotografia ha sovente lo scopo di fissare un futuro ricordo, per non perdere la memoria di un luogo o un momento particolare. Come si è modificata questa pratica con l’introduzione delle macchine digitali e con l’abuso, per così dire, di scatti fotografici?

Risposta La fotografia ha avuto un enorme cambiamento passando dalla modalità tradizionale al digitale, innovazione che, per certi versi, è stata molto utile per quei professionisti, come i fotografi di architettura, che sono facilitati nella risoluzione di alcuni problemi, come l’eliminazione di elementi di disturbo nello scatto di un’architettura che si vuole isolata, neutra, corretta poi in Photoshop. L’utilizzo della pellicola piana 20x25, o anche di quella a rullo 6x9, il grande o il medio formato, necessitavano di un banco ottico e di grande attenzione e tempo da dedicare all’inquadratura per ottenere l’effetto desiderato. Il digitale ‘fintamente’ non costa nulla: non c’è il costo della pellicola, è vero, ma gli scatti sono molti di più perché viene a mancare quella concentrazione richiesta dalla modalità tradizionale e si investono molte ore per il ritocco al computer. Il mio lavoro è essenzialmente sull’architettura e sul paesaggio. Normalmente non opero ritocchi importanti né numerosi perché sono convinta che il computer sia uno strumento utile ma che debba essere utilizzato con assoluta misura.

 

D Il troppo distrae, è ridondante e non aiuta il ricordo, non stimola la memoria. Da alcuni anni conduci uno studio sui deserti medio-orientali, con l’obiettivo di fissare l’essenzialità di quei luoghi. Ma operare per sottrazione non è un metodo per modificare la realtà?

R Paesaggi simbolici non è il mio primo lavoro personale, ma è certamente quello che mi ha permesso di coagulare una serie di esperienze e di riflessioni, perché ho acquisito maggiore consapevolezza, anche a seguito di un’esperienza che mi ha obbligato ad una riflessione più profonda sull’esistenza. Questo progetto è iniziato nel 2007 quando mi trovavo a Gerusalemme per raccontare il Barocco piemontese, e decisi di ritornare nei deserti medio-orientali, in Giordania, in Marocco, in Tunisia e riprendere un progetto che avevo abbozzato tempo prima. In Israele ho trovato un valore della realtà che corrisponde al mio sentirmi a casa. Sono paesaggi che hanno 3 o 4 colori, non di più, e che nella mia fotografia cerco di bilanciare e raccontare non tanto per rappresentare ciò che ho visto ma ciò che ho provato nel guardarli. Le mie riprese sono sempre più panoramiche, meno concentrate su un soggetto in particolare, bensì cercano di cogliere un colore, una sensazione, uno stato emotivo. In fase di elaborazione tolgo sostanza al colore per lasciare l’essenza. I miei deserti non hanno nulla di esotico: riprendo dagli scavi romani ai parcheggi d’auto, la dimensione del deserto ma non l’epica del Sahara, tracce storiche o scoperte in cui mi sono imbattuta, cogliendo magari un piccolo particolare annegato in un più grande contesto, che riporto all’attenzione di chi guarda. Manipolo la realtà ma con la convinzione che il togliere porti a scoprire e a comprendere il vero spirito di un luogo.

 

D Sei stata ispirata da autori di romanzi o dal cinema o questa tua tensione ha a che fare anche con un’insoddisfazione del nostro modo di vivere superficiale e consumistico?

R Il cinema mi ha ispirato molto di meno di alcuni testi che hanno al contrario stimolato la mia immaginazione. I miei primi lavori erano in bianco e nero e risentivano della folgorazione che avevo subito dalla descrizione di interni dei romanzi di alcuni scrittori russi ed ebrei di fine Ottocento e inizi Novecento, come Bruno Schulz, autore di Le botteghe color cannella, o Singer oppure Jiri Langer. Andando avanti con la ricerca, spostandomi dagli interni agli esterni e ai paesaggi, mi sono accorta della necessità di trovare un punto centrale per riuscire a raccontare una storia. I paesaggi urbani sono di fatto dei racconti in cui ho cercato di catturare l’essenzialità procedendo a togliere il più possibile il superfluo, quello cioè che, a mio avviso, non è indispensabile per restituirne lo spirito. Credo però che questo mio modo di operare abbia anche a che fare con una certa reazione a questo mondo così soffocato dalle cose. Abbiamo molto, troppo e non nascondo di aver provato anche recentemente un senso di colpa nell’acquistare un altro pullover. Non ne avevo davvero bisogno.

 

D Hai un tuo profilo su Facebook e usi in generale i social network? Come ti rapporti con la velocità della contemporaneità nei rapporti personali e nel lavoro?

R Mi capita di incontrare occasionalmente e di fare quindi una conoscenza superficiale di numerose persone e ciò mi lascia insoddisfatta, non ritrovo tracce in me di quegli sporadici accadimenti. Preferisco guardare le persone in faccia. Mi sento un po’ in controtendenza e mi definisco una fotografa ‘slow’: l’attenzione e l’intensità della concentrazione e il senso della misura sono i fattori che più mi interessano. Infatti non ho sempre con me la macchina fotografica, ma un quaderno per scrivere: è per me un ottimo esercizio guardare e prendermi il tempo per riflettere senza avere l’urgenza dello scatto. La fotografia è un modo straordinario di vivere, incontrare persone e stringere amicizia anche con le persone con cui si lavora.

 

D Qual è il tuo rapporto con l’architettura?

R Come quello di Nanni Moretti in Caro Diario: vorrei vedere solo fotografie di facciate di edifici. Cammino sempre a naso in su perché il paesaggio urbano è una continua sorpresa, una continua tensione e a differenza del paesaggio ambientale non puoi mai sapere se ti farà sentire in armonia con te stesso. Scatto sempre avendo un progetto ben chiaro in testa e riflettendo su ciò che sto per fare.

 

D Qual è stata la tua occasione perduta, la fotografia che avresti voluto fare e non hai mai scattato?

R Avrei voluto fotografare tutte le stanze degli alberghi in cui ho soggiornato nella mia vita. Le avrei riprese tutte dallo stesso punto di vista. Sono dei mondi ognuno a se stante.

 

D Che cosa ti sei ripromessa di fare nel prossimo futuro?

R A Gerusalemme un professore dell’università mi ha fatto visitare la città dalle terrazze delle case. Un punto di vista inusuale e affascinante. Mi piacerebbe fare un corso per imparare a praticare il parkour e godere così in modo giocoso di prospettive inaspettate della città. Sicuramente allargherò i deserti del mio progetto a luoghi più epici e meno circoscritti, come il Mali, la Mauritania, la Namibia.

 

D La fotografia può essere un’esperienza multisensoriale?

R La campagna fotografica sui Luoghi dello spirito, esposta nel 1998 all’Accademia Albertina in cui il mio tema erano i paesaggi sulle acque, e quella del 2003 della Darc, che mi aveva destinato come tema la Versilia mi hanno aiutato a identificare più precisamente ciò che mi interessava dei paesaggi e ho cercato di affinare una sensibilità nel trasferire odori e colori dell’infanzia nel racconto fotografico. La luce e il colore dell’aria, l’afa e i cieli bianchi per il troppo calore: ciò che ho ricreato con la fotografia dava un’immagine alla ‘calura’, un termine che porta in sé più di una sensazione. Paradossalmente lavoravo di più in quel periodo perché trascorrevo molto tempo in camera oscura per ricreare certe atmosfere, certe luci, che non adesso, poiché il paesaggio del deserto che ho finalmente trovato corrisponde perfettamente a ciò che stavo cercando.

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