Il disastro in un istante. Le conseguenze per sempre Stampa Email

Intervista a Francesco Erbani di Liana Pastorin


Cementificazione selvaggia
e abusivismo,
soluzioni immediate
e insediamenti ‘durevoli’,
città policentriche e centri svuotati

Domanda Cementificazione selvaggia e abusivismo come regola a deturpare la città, costruzioni industriali che sfregiano il paesaggio e costruzioni private e ricettive che inghiottiscono chilometri di costa asservendo a sé e concedendo a pochi il diritto di tutti di godere di visuali. In Italia è ancora possibile rivalutare il paesaggio come eredità storica e costruzione mentale?

Risposta Sono un giornalista e non ho alcuna formazione da architetto, ma guardo alle questioni con la curiosità del cronista. Le vicende del territorio italiano sono lo specchio di uno spirito pubblico che ha un’attenzione ossessiva al privato e in generale incuranza e trascuratezza verso tutto ciò che è bene comune. I paesaggi sono patrimonio comune. Ciò non significa che, sia quelli naturali che quelli urbani, debbano essere concepiti come elementi immobili; sono l’elaborazione dell’uomo che ha saputo modificare la natura e piegarla ai suoi bisogni, come nel caso dei terrazzamenti della colline del Chianti o della costiera amalfitana. Se però le amministrazioni privilegiano la proprietà privata a discapito del paesaggio, significa che è in atto una distorsione nell’ordine di priorità. In Italia si è costruito tanto rispondendo solo alla logica speculativa, senza saper leggere e trarre utili indicazioni dalle curve demografiche né da quelle di produzione industriale. Vige una sorta di patto non scritto per cui chi è proprietario di un terreno crede di essere nel pieno diritto di poterne disporre nel modo più opportuno o più redditizio per lui, e ciò riguarda il proprietario  di un piccolo terreno con annesso agricolo che intende trasformare in abitazione o il grande lottizzatore che briga per ottenere l’edificabilità laddove non è prevista.

 

D Le città italiane si sono sviluppate intorno ad un centro, luogo della memoria storica, culturale e sociale dei primi abitanti, ma anche eredità per le generazioni successive e per i nuovi abitanti che si sono insediati nella città che ha nel tempo allargato i suoi confini. Nel suo libro Il disastro. L’Aquila dopo il terremoto: le scelte e le colpe (Editori Laterza, 2010) si legge un ammonimento: l’Aquila non sia lasciata senza abitanti per non diventare una nuova Pompei. È possibile privare una città del suo centro?

R: Se c’è stato un merito dell’architettura italiana degli anni ‘60-‘70 del Novecento è il contributo dato in termini di capacità di analisi del centro storico e di proposta di soluzioni per la sua salvaguardia. I casi sono numerosi: da Bologna (e altre città del Nord) a Napoli, dove il piano regolatore vigente ha sperimentato nel centro storico tecniche di tutela di grande rilievo. Possiamo davvero insegnare al mondo come riprodurre le tecniche costruttive che hanno consentito a quegli edifici di sopravvivere così a lungo! Ma la stabilità strutturale e lo svuotamento dei centri storici sono stati anche l’occasione per dare spazio ad altre destinazioni d’uso che nulla hanno a che vedere con la vita reale dei luoghi: città come Venezia, Firenze, Siena e San Gimignano sono oggi solo quinte teatrali per soddisfare il turismo e la residenza occasionale. L’unica condizione imprescindibile per poter mantenere il centro storico è che questo sia vissuto quotidianamente ed è per questo che il Consiglio superiore dei Beni culturali, massimo organo tecnico-scientifico del ministero, ha ammonito che senza abitanti nel centro storico L’Aquila diventa come Pompei. L’Aquila è un grande salto di quantità ma non di qualità rispetto al resto d’Italia. Il centro storico dell’Aquila è sempre stato il centro del solidarismo urbano. Lo storico aquilano Raffaele Colapietra ha raccontato come la città nasca a metà del Duecento per la forza centripeta di una settantina di castelli che si aggregano fra loro e decidono di dotarsi di un centro (L’Aquila) che rimane dentro la cinta di mura per secoli. Il centro fu distrutto dal terremoto del 1703 e ricostruito con nuovi edifici nel rispetto degli antichi lineamenti. L’impostazione urbanistica è rimasta identica fino al terremoto del 1915 mentre l’espansione oltre le mura avviene solo alla fine degli anni Cinquanta, in modo disordinato e incline alla speculazione edilizia e senza nessuna attenzione al territorio. Se è vero che già prima del sisma del 6 aprile 2009 erano evidenti i primi segnali di abbandono del centro storico, esso rimaneva comunque sede delle grandi istituzioni cittadine, di quelle economiche e commerciali e soprattutto dell’università, che sommava ai diecimila residenti ufficiali altrettanti studenti. Il centro storico, puntellato in modo ossessivo, interdetto oggi alle persone e lasciato in condizione di degrado non stabile ma incessante e senza nessuna previsione di avvio del recupero, è destinato a ridursi ad agglomerato di ruderi. Questo è il motivo per cui è facile il paragone con Pompei, oltre alla consistente dimensione del centro storico che a L’Aquila è di circa 160 ettari.

 

D A L’Aquila gli effetti del terremoto possono essere più devastanti e duraturi dell'evento sismico. L’emergenza è prassi e il disastro normalità, per cui agire in deroga è diventata la regola e il provvisorio è diventato durevole. Con quali conseguenze?

 

R: Il grande paradosso che si è consumato è che ogni azione è stata orientata dalla forza emotiva della comunicazione. Non a caso si sceglie l’acronimo CASE Complessi Antisismici Sostenibili Ecocompatibili per evocare la sicurezza contrapposta alle macerie e la solidità che l’italiano concretizza nella dimensione privata dell’abitare. È stato detto “vi do le case” ma non è stato dato un contesto urbano; questa logica comunicativa doveva realizzarsi in tempi rapidi che sono stati tutto sommato rispettati, ma l’istantaneità è stata garantita a un senza tetto aquilano su tre. Quelli realizzati sono stati definiti insediamenti “durevoli”, utilizzando un’espressione che in un segmento semantico si trova a metà strada fra ‘provvisorio’ e ‘definitivo’; danno l’impressione del definitivo senza esserlo e contemplano quanto di positivo c’è nella velocità. A L’Aquila tutto è stato accentrato nelle mani dei dirigenti della Protezione civile che hanno gestito anche il post terremoto indossando gli abiti degli urbanisti, che non competevano loro. Le diciannove new town progettate – e che nulla hanno a che vedere con quelle inglesi o francesi – hanno forti attinenze con il sistema di governo del territorio urbano, di quella ‘urbanistica contrattata’ e non più depositaria della volontà popolare che immaginava e partecipava al disegno complessivo della città. A differenza delle esperienze del terremoto in Friuli (1976) e di quello in Umbria e nelle Marche, ai cittadini de L’Aquila e dei piccoli centri urbani è stata negata la partecipazione ed è stato presentato un progetto chiuso: non c’era ancora la stima dei fabbisogni, si contavano ancora le vittime, e c’erano già i progetti per dare sistemazione “durevole” a un numero prestabilito di persone. Eppure non esistono più i container utilizzati in Irpinia e i prefabbricati che si sarebbero potuti utilizzare a L’Aquila sarebbero stati un sistema transitorio confortevole e meno costoso. Invece sono stati forzati i tempi, ma dalla consegna delle chiavi nel settembre 2009 tutto si è fermato: il contorno scenografico di quella che è stata un’operazione mediatica ha oggi il suo risultato nel verde avvizzito e nelle piantumazioni morte perché non è stato predisposto un impianto di irrigazione; la coibentazione di alcune case non è stata realizzata correttamente, con conseguenti problemi e danni nelle nuove abitazioni; l’immagine che si ricava dalle recenti realizzazioni è di una città che spreca il suolo agricolo. L’immagine dominante del territorio aquilano è quella delle periferie italiane che abbiamo criticato vedendole al cinema o leggendole in letteratura e che percorriamo come luoghi di desolazione. Negli aquilani, che erano rimasti abbagliati da quelle immagini e dagli slogan e che poi sono rimasti sconvolti dalle intercettazioni telefoniche e dai progetti della ‘cricca’, è maturata una consapevolezza che si è espressa nella formazione di comitati che non hanno però trovato una valida interlocuzione con le amministrazioni locali, troppo deboli e con il livello nazionale, sordo.

 

D La storia de L’Aquila post terremoto rappresenta un fatto isolato di cattiva gestione?

R Quello aquilano è un caso paradossale ed estremo che racconta però la condizione urbana contemporanea come convergenza di elementi fisici, formali, politici e di governo, e per questo motivo potrebbe condizionare le politiche per la città del futuro. In Italia il ‘sistema Aquila’ è ormai prassi, al di là degli schieramenti politici. La tendenza casuale dettata dal mercato e la dispersione abitativa generano la perdita di quella gerarchia urbana che garantisce uno sviluppo che procede dal centro (storico). E non si tratta, purtroppo, di immaginare una città policentrica istituendo finte centralità oltre al centro storico. Ciò a cui stiamo assistendo è invece una dispersione non governata  o, meglio, governata da logiche speculative e la città non risultata essere più un bene comune con spazi organizzati. Così i 19 insediamenti (185 palazzine per 4449 appartamenti) sorti ‘istantaneamente’ con processi decisionali che hanno escluso ogni prassi partecipativa, ricordano in modo esasperato ciò che accade ordinariamente nelle grandi città italiane. Le decisioni che attengono alla crescita della città sono prese nel privato di stanze dove avvengono le contrattazioni, le cessioni del suolo pubblico,… e così accade che, complice la crisi economica, per costruire una scuola il comune ceda terreni per ricavare dagli oneri di urbanizzazione le risorse economiche necessarie a pagare la realizzazione dell’edificio scolastico e il personale. Roma, per esempio, si sta mangiando il suo Agro, si costruiscono insediamenti per decine di migliaia di persone in assenza di logiche demografiche: da un censimento all’altro, Roma perde infatti 190.000 residenti ma si costruisce per 300.000 abitazioni. A Roma si è però parlato di nuove centralità. Ma che cosa sono davvero? Il fatto tragico è che il cuore di questi centri sono i centri commerciali.

 



© RIPRODUZIONE RISERVATA