L’interpretazione e l’emozione Stampa Email

Intervista a Roman Vlad di Liana Pastorin


L’espressione musicale
si insinua tra la partitura
con la sua durata nel tempo
e la rappresentazione affidata
alle mani degli esecutori

Domanda L’interpretazione in musica lascia il dubbio all’ascoltatore della perfetta aderenza dell’esecuzione alle intenzioni del compositore. Che cosa vale di più: la fissità (o unicità) della partitura o l’istantaneità della performance che la rinnova ad ogni nuova esecuzione?

Risposta La musica rinasce ad ogni interpretazione, è una epifania perpetua in cui assume un ruolo fondamentale la capacità di interpretazione del testo musicale. Mentre le opere architettoniche e quelle che appartengono alle arti visive non richiedono un’intermediazione tra autore e fruitore – nel teatro per esempio il testo va recitato, sebbene possa anche essere fruito attraverso una semplice lettura – per la musica colta ciò non è possibile perché la scrittura non rende tutte le inflessioni richieste. Nel 1921 Igor’ Stravinskij diceva di voler essere considerato un notaio, intendendo con ciò che non voleva interpreti della sua musica ma solo esecutori. Opinione che in verità modificò già anziano (ho avuto il piacere di essere suo amico negli ultimi 25 anni della sua vita) confidandomi “So molto bene che la musica è fatta di ciò che non si può scrivere”, contravvenendo così alla convinzione a lungo sostenuta per cui la musica è incapace di esprimere nient’altro che se stessa. Si pensi che nel Settecento, per esempio nelle partiture musicali di Johann Sebastian Bach, il tempo non era quasi mai scritto e perciò era data libertà all’interpretazione. Dall’Ottocento, Robert Schumann e altri compositori a lui contemporanei presero a dare più indicazioni possibili, ma per quanto ogni nota e ogni segno fossero precisi, restava aperto il problema del significato da attribuire loro, e all’interpretazione non rimanevano che limitate occasioni di esprimersi.



D L’interpretazione è diversa per ogni esecutore e il pubblico stesso è formato da persone con capacità di ascolto e di fruizione diverse. La musicalità del compositore e quella dell’interprete differiscono perché la musica è molto di più che una successione di note. Per quanto tempo permane il suono di una nota nell’orecchio di un musicista?

R La  musica è una successione di note tra le quali si stabilisce un nesso discorsivo e costruttivo anche architettonico. Il permanere del suono dipende invece dall’orecchio; è un fattore soggettivo e ha più a che fare con il rimanere nel ricordo, nella memoria. Sant’Agostino infatti nel sesto dei sei libri che scrisse sulla musica non si riferiva alle note ma ai numeri, distinguendo i diversi tipi di numero in rapporto al processo di produzione, percezione e valutazione sonora: i numeri sonori, uditi, della memoria e del giudizio dell’udito.

 

D Quali fattori influiscono sull’esecuzione dello stesso interprete in performance diverse? Lo stato d’animo, il luogo, il pubblico?

R È un aspetto soggettivo. Grandi pianisti come Ferruccio Busoni hanno affermato che l’interprete deve essere sempre lucido e freddo; altri ritengono invece che assuma importanza e valore il coinvolgimento emotivo dell’interprete. Antonio Pappano, direttore dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia in Roma, ha dichiarato invece l’importanza del pubblico, e nel suo caso quello tedesco, al contrario di quello italiano, metteva energia nell’ascolto, influenzando così la qualità della performance. Io stesso percepisco le reazioni del pubblico che giudico un latore di positività alla mia esecuzione.

 

D Esiste un’architettura ‘perfetta’ per la musica?

R Bach faceva il test acustico delle sale, ma oggi il problema dell’acustica è aleatorio. Molti specialisti si dedicano al tema ma il calcolo è difficile, così come è complicata la gestione degli oggetti sul palcoscenico, nonché la scelta dei materiali da utilizzare, i legni, le stoffe. Numerosi fattori influiscono su una buona acustica e la sua definizione a priori ha la stessa probabilità di realizzarsi con successo dell’avverarsi delle previsioni metereologiche. Ho partecipato alla commissione per la costruzione dell’auditorium dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia a Roma e la questione dell’acustica era stata puntualmente spiegata alla giuria da Eisenhower (il nipote dell’Eisenhower presidente degli Stati Uniti d’America), uno dei massimi esperti del settore. Il progetto di Renzo Piano è stato convincente ed è un luogo straordinario di aggregazione culturale e sociale.


D Architettura e musica è un binomio molto studiato e in alcuni casi è stata una collaborazione anche controversa come per Iannis Xenakis e Le Corbusier nel padiglione Philips all’Esposizione Universale di Bruxelles del 1958. Ma quali sono gli esempi di compositori che hanno messo in rapporto la loro musica con l’architettura?

R Il rapporto tra musica e architettura è molto stretto e gli esempi sono numerosi. Ferruccio Busoni era solito raffigurare le composizioni musicali come costruzioni architettoniche e anche per  la sua Fantasia contrappuntistica immaginò una vera e propria architettura. Il compositore fiammingo Guillame Dufay costruì la struttura del suo mottetto Nuper rosarum flores sulle proporzioni dimensionali del campanile di Santa Maria del Fiore.

 

D Quale è stato il periodo più buio per la cultura musicale in Italia?

R Il declino è iniziato a fine Ottocento e perdura ai giorni nostri, perché manca un’educazione alla musica, non essendo contemplata nell’ordinamento scolastico. De Sanctis, ma anche Croce e Gentile, l’hanno eliminata dall’istruzione. Esistono pochi e sporadici esempi di insegnamento che sono per lo più facoltativi. è stata una scelta infausta e con gravi conseguenze perché è venuta a mancare un’attività di talent scouting così come anche la formazione e l’educazione di un pubblico a cui offrire gli strumenti per difendersi dalla spazzatura musicale odierna. Eppure sopravvivono fortunatamente alcune punte di eccellenza italiane, come Riccardo Muti, Claudio Abbado, Fabio Luisi e come è stato Giuseppe Sinopoli.

 

D Lei sta attualmente lavorando ad una nuova presentazione della sua ultima opera Ballando con la vespa di Toti presentata per la prima volta lo scorso febbraio all’Accademia Filarmonica di Roma in occasione dei festeggiamenti per i suoi 90 anni. Che cosa ha segnato maggiormente la sua lunga carriera?

R La vocazione. Ho imparato a scrivere musica prima dell’alfabeto. In famiglia mia madre suonava il pianoforte e mio padre amava l’opera. Nel ’38, terminati gli studi al liceo musicale della mia città natale (Cernowitz, che è stata romena, poi russa e oggi ucraina), da pianista ho scelto di venire in Italia e di avere come maestro il compositore Alfredo Casella e di seguire i suoi corsi di perfezionamento all’Accademia Nazionale di Santa Cecilia. La musica risuona sempre dentro di me. Suono soprattutto per me stesso; il mio lavoro, quando mi ha provocato grandi emozioni, ho sempre avuto il desiderio di comunicarlo nelle numerose conferenze in cui ho parlato di musica. Non mi ritengo però né critico né musicologo. Ho sempre parlato solo di ciò che ho amato.

 

 



© RIPRODUZIONE RISERVATA