Idee

In attesa del prossimo numero di TAO, pubblichiamo l’intervista di Liana Pastorin al giornalista Dario Di Vico, sulle conseguenze della proposta di riforma del lavoro sui professionisti.
Voi cosa ne pensate?

Domanda Nel 2009 lei scriveva di un allarme per gli studi professionali - soprattutto di avvocati e di architetti - in grave crisi e prossimi alla chiusura. Una stima di 300mila professionisti a rischio “nel silenzio e disattenzione generale”. Che cosa è successo nel frattempo?
Risposta Non siamo ancora usciti da una fase recessiva che speravamo fosse più breve. Invece l’iniziale crisi finanziaria ha creato una crisi economica reale che poi è diventata crisi dei debiti sovrani. Il contesto è quindi di fatto peggiorato. Il limite del dibattito nel mondo professionale è dato dall’incapacità di riconoscere i fenomeni di integrazione delle attività indotti dal prevalere della sfera economica. Troppo spesso quella dell’economia è considerata erroneamente una contaminazione negativa, invece è una dimensione fondamentale con la quale si deve necessariamente fare i conti.
Mentre in Italia esiste un sistema manifatturiero con la sua storia e la sua cultura, non è ancora chiaro che cosa sia il nostro terziario. Ciò che è certo è che non è strutturato né robusto, e questo perché abbiamo perso alcune battaglie importanti negli anni Ottanta e dopo l’ingresso nell’euro. Il terziario italiano è a bassa intensità e bassa qualità e non rappresenta una piattaforma sufficientemente competitiva in campo internazionale, senza questo sostegno le competenze che pure esistono in grande quantità nelle professioni rischiano di rimanere annegate. Un vero peccato considerando che i professionisti italiani possono vantare storia e cultura.

D Ci sono responsabilità della stampa nel presentare i liberi professionisti all’opinione pubblica? Non tutti sono facoltose archistar, neppure evasori o collusi con soggetti ricchi e potenti grazie ad attività illecite in campo edilizio…
R La stampa ha le sue colpe nell’aver dedicato poco spazio e attenzione al professionalismo. Non ha capito come in un’economia moderna le competenze facciano la differenza. Decidere di essere un professionista ‘libero’ esprime una forma di mobilitazione individuale e rappresenta un valore potenziale. Un’economia nervosa e competitiva come la nostra ha bisogno di valore aggiunto e lo può trovare in un mondo delle professioni che sappia aprirsi e rinnovarsi. Dobbiamo però considerare anche il fatto che la politica ha finora guardato ai professionisti più come bacino elettorale che come soggetto per garantire lo sviluppo del Paese, ma, neppure con il voto contratto, è stata mantenuta la promessa di una maggiore attenzione al professionalismo, lasciando alla libera iniziativa individuale la ricerca di improbabili soluzioni. I professionisti, anche con riconosciuta e solida esperienza, devono poi provvedere ad un aggiornamento continuo (digital divide, ma anche conoscenza delle lingue straniere) che comporta un esborso economico; questo, forse, potrebbe essere limitato per esempio tramite incentivi fiscali. Per tornare alle archistar, credo che, con il loro portato di valore aggiunto eccezionale, svolgano una funzione positiva, per la stampa che ne può parlare e, di riflesso per la categoria degli architetti e direttamente sul territorio in cui la loro opera insiste. Un caso noto a tutti è il museo Guggenheim di Frank Gehry a Bilbao, che ha risvegliato una città che declinava.

D Recentemente ha scritto un appello al Ministro Elsa Fornero perché la riforma del mercato del lavoro riconosca anche quella parte di possessori di vere partite IVA, di professionisti che hanno scelto di essere liberi e flessibili e che rischiano di essere fagocitati in un sistema di dipendenza al lavoro che non desiderano o penalizzati da tasse e contributi suppletivi. Che cosa si aspetta dal Governo?
R Il giuslavorismo prevalente è quello del lavoro dipendente. Pochi studiano il lavoro autonomo, tanto da far credere che gli italiani siano tutti lavoratori dipendenti a Mirafiori, mentre Fiat non è neppure più la più grande fabbrica d’Italia! Non si considerano i problemi del lavoro autonomo sovente ammiccando ad una sua equivalenza con l’evasione fiscale: uno scambio perverso che non può essere accettato. Il Ministro Fornero ha riconosciuto questo aspetto come degno di considerazione confermando anche un deficit di conoscenza sul lavoro autonomo che si è impegnata a colmare. Aspettiamo con fiducia gli sviluppi futuri.
Rimane, è vero, il fenomeno delle finte partite IVA, ma ci sono persone che hanno scelto consapevolmente un lavoro autonomo, stabilendo una relazione più professionalizzata con il mercato e dimostrando un gusto del rischio personale, che manca a un lavoratore dipendente.

D I liberi professionisti iscritti agli Ordini sovente lamentano di non essere tutelati; ma questa non è, oggi, la funzione dell’Ordine. Quale pensa debba essere il suo ruolo verso gli iscritti e verso la società? Una riforma non sarebbe più corretta se sapesse riconoscere le peculiarità dei vari Ordini rispetto alle professionalità che rappresentano? Gli architetti non sono avvocati né ostetriche…
R Gli Ordini dovrebbero avere poche competenze da svolgere nel migliore dei modi e non occuparsi dell’aspetto sindacale. Bisognerebbe lavorare, magari con programma pluriennale, sulla proposta di un welfare più moderno riducendo, per esempio, la quota di rischio assunta dal libero professionista. Tra le proposte espresse dai presidenti degli ordini italiani al Professional Day del 1 marzo, solo quella portata dagli architetti italiani ha espresso la riflessione più meritoria, ovvero che lo sviluppo della professione dell’architetto sia strettamente legato al Progetto Paese, condividendone le ragioni e gli obiettivi.

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05 04 2012

 

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