Che cosa unisce legalità, giustizia, uguaglianza Stampa Email

Gian Carlo Caselli

Se l’Italia delle regole soccombe,
cresce l’Italia dei furbi e degli impuniti,
di coloro che le regole le violano quotidianamente

Lo scenario è cupo: uno scempio quotidiano di diritti e legalità; un processo farraginoso ed incomprensibile, con costi e tempi che generano sfiducia e insicurezza; martellanti campagne secondo cui la giustizia è ridotta a campo di battaglia dove consumare vendette e scontri politici; personalismi e polemiche che accompagnano ogni vicenda giudiziaria di rilievo; rischio di derive illiberali e disgreganti che passano attraverso il crescente rifiuto della giurisdizione, che perciò fatica sempre più ad assolvere la sua funzione di garante dei diritti dei cittadini e delle regole di convivenza, nonché di equilibrio del sistema istituzionale.

In questo quadro, parlare di legalità e giustizia (parlarne in termini credibili, senza vuote enunciazioni retoriche o peggio strumentali distorsioni) non è facile. Tanto più in presenza di cattivi esempi o modelli negativi che vanno consolidandosi e che si ispirano a ‘filosofie’ del tipo “così fan tutti, perché scaldarsi, non vale la pena…”. ‘Filosofie’ che si intrecciano con la constatazione che nel nostro Paese chi sbaglia non paga, soprattutto se conta o ci sa fare. Grazie anche alla diffusione (nel recente passato) di indulti e condoni persino tombali o di leggi mirate su specifici, particolari interessi personali.

C’è uno scenario di fondo, in buona sostanza, che tende a far apparire come poco moderno, poco al passo coi tempi, chi si ostina a parlare di legalità e di osservanza delle regole. C’è un clima che favorisce la rassegnazione e il disimpegno. Ma i fattori che lo compongono sono altrettante rampe di lancio – potenti rampe di lancio – per le tante furbizie, illegalità ed ingiustizie che infestano il nostro Paese.

A fare da contrappunto a questa situazione, ecco i ‘messaggi’ che fiction e spettacoli televisivi diffondono quotidianamente nelle nostre case, condizionando pesantemente i comportamenti di ciascuno: non importa quel che si è, che si creda in qualcosa, che si abbiano o si cerchino punti di riferimento (non uso la parola ‘valori’ perché temo che se ne sia addirittura dimenticato il significato); interessa apparire, e apparire sempre in un certo modo: un apparire vuoto, privo di talento e di studio; uno stolido sorriso perennemente stampato sulla faccia; corpi siliconati e palestrati; abiti e accessori griffati; immagini di felicità a prescindere… E pur di apparire, gli altri vanno scavalcati senza troppi riguardi, se necessario sgomitando o scalciando (con la complicità di chi trasforma in star coloro che esagerano…). Di qui una ‘scuola’ di arroganza, prepotenza e violenza che è antitetica ad ogni cultura della legalità e delle regole.

Ecco allora che sul piano privato, non meno che sul versante pubblico, vanno diffondendosi modelli di comportamento che privilegiano la tendenza ad essere severi (se non spietati o addirittura feroci) con gli altri, soprattutto se considerati ‘diversi’; per poter nello stesso tempo invocare o pretendere – per noi stessi – comprensione o indulgenza. Tendenza di cui è interfaccia la prevalenza degli interessi individuali (egoistici) su quelli di carattere generale. Ma così stenta a crescere l’Italia delle regole, di coloro che vorrebbero che l’osservanza delle regole fosse non soltanto proclamazione ‘pneumatica’ (flatus vocis…), ma effettiva prassi. E se l’Italia delle regole fatica, si aprono sempre più spazi all’Italia dei furbi, di coloro che le regole – a partire dal pagamento dei tributi – fan di tutto per dribblarle lasciando ai ‘fessi’ di crederci; o all’Italia degli affaristi, che le regole le considerano un fastidioso ostacolo al pieno dispiegarsi delle loro attività; o all’Italia degli impuniti, che le regole le violano programmaticamente e poi pretendono che mai nessuno osi chiederne loro conto e ragione. Ma attenzione: se l’Italia delle regole soccombe, si innesca una spirale perversa che inesorabilmente porta a strappi profondi che possono fare a brandelli lo stesso senso morale della nostra comunità. E alla fine potremmo ritrovarci tutti sotto un cumulo di macerie, perché senza regole prima o poi si va a sbattere. Tutti: le conseguenze nefaste non risparmierebbero chi si riconosce in questo o quell’orientamento politico-culturale, ma riguarderebbero l’intera comunità.

Dunque, legalità e giustizia non attraversano un buon momento, nel nostro Paese. Crisi e sofferenza, malessere e problemi inestricabilmente si intrecciano. E tuttavia, proprio per questi motivi è necessario che di legalità si continui a discutere, senza concedersi il lusso del silenzio. Perché è del tutto evidente che senza giustizia deperisce la qualità della convivenza. Per usare una metafora sportiva, senza regole non c’è partita o la partita è truccata. E a vincere sono sempre i ‘soliti’, i più forti: quelli che, se le regole restano inosservate, meglio conservano e potenziano i loro privilegi, con grave pregiudizio per l’uguaglianza e per i diritti degli altri.

Naturalmente, nel nostro sistema, legalità e osservanza delle regole sono categorie che vanno parametrate in base alla Costituzione. Con particolare riferimento all’art. 3 della Carta fondamentale, secondo cui “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali di fronte alla legge” ed “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”. Parole che ci portano a riflettere sui rapporti fra giustizia e legalità, termini che spesso consideriamo come sinonimi, mentre in realtà sono concetti diversi: nel senso che senza legalità non può esserci giustizia, ma la legalità da sola non può garantire piena giustizia. L’osservanza delle norme scritte è indispensabile, inderogabile, ma la sola osservanza delle norme non ha la forza di superare le disuguaglianze tra i cittadini. I poveri, gli emarginati, gli esclusi, i deboli, non cessano di essere tali per il solo fatto che tutte le leggi scritte siano osservate. Certo, molti dei loro diritti, disattesi o negati, possono essere meglio riconosciuti grazie al rispetto di alcune regole fondamentali, ma non sarebbe ancora sufficiente. Ci vuole qualcosa di più. Questo qualcosa di più è fare della giustizia una pratica quotidiana, capace di consegnare a ciascuno quello che gli appartiene, quello che gli serve per vivere decorosamente. Un compito che ha bisogno della legalità, ma deve anche coinvolgere la responsabilità personale, lo sforzo, l’impegno di ciascuno di noi.

Questo è il significato profondo della ‘proposta’ contenuta nell’art. 3 della Costituzione. Una proposta che funziona come provocazione, perché la nostra giustizia, nel rispetto – sempre necessario – della legge scritta, sappia interpretarla ed applicarla andando oltre. Così che possa diventare diritto (se si vuole un diritto debole, ancora insufficiente: ma al tempo stesso un traguardo preciso, esistente e possibile) ciò che in antico si leggeva nel salmo: “Sino a quando o giudici starete dalla parte dei malvagi? Rendete giustizia alla vedova; all’orfano, al misero e all’indigente fate ragione”. Con l'obiettivo ‘laico’ di realizzare una democrazia emancipante, nella quale il compiuto riconoscimento dei diritti di libertà è integrato dalla solenne affermazione del principio di uguaglianza in senso sostanziale, assunto non come semplice aspirazione o obiettivo ma come dato normativo fondamentale. Una democrazia nella quale – come è stato detto – la cittadinanza è diventata uno status di cui fanno parte, oltre al diritto elettorale, un reddito decoroso e il diritto a condurre una vita civile, anche quando si è ammalati, o vecchi o disoccupati o stranieri onesti; i principi di giustizia distributiva sono diventati diritti e le politiche per realizzarli atti dovuti, sottratti una volta per tutte alla negoziazione politica.



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