Frutta in città Stampa Email

Stefania Bertola


La città costruita con le regole
dei bambini, senza scuole, con molti
giardini, mettendo vicine tutte le case
delle persone che si vogliono bene

Gli unici edifici grandi che avessero a disposizione erano due palazzi fatti con i cartoni di latte da un litro. In origine erano due casette per il presepe, e nel Presepe della scuola avevano fatto la loro figura, si armonizzavano con il resto della metropoli costruita attorno alla capanna. Per qualche motivo, il Presepe del loro asilo aveva una prepotenza urbana che spezzava il cuore, e la capanna stessa era più simile a un motel che all’estremo rifugio di due polverosi palestinesi. Ma quando le avevano portate a casa e messe nel presepe della mamma, quei mastodonti verniciati d’argento e con le tegole di pasta (reginelle spezzettate) erano subito sembrati fuori posto, e relegati ai margini estremi, palazzoni di periferia e nulla più.

Quando giocavano alla città, però, gli smisurati erano quello che ci voleva per Carlo. Stiamo parlando di tre bambini, una sorella, un fratello e un altro fratello più piccolo che voleva qualcosa da distruggere. A lui interessava un diverso tipo di onnipotenza: non costruire la città perfetta, ma abbattere qualcosa che facesse scalpore. In poche parole a Carlo piaceva giocare all’11 settembre. A questo scopo i palazzi del latte andavano benissimo: li mettevano di lato, e mentre loro due edificavano, Carlo si accaniva a schiantarli con i suoi aerei terroristi.

Il resto del materiale erano le casette di cartone della mamma quando era piccola, quelle di lego, certe scatole di latta sempre fornite dalla mamma, più altre ville improvvisate con cubetti, pacchetti dei dadi Knorr, e perfino tre o quattro mini teiere a forma di cottage prese con i punti al supermercato. Negozi di pongo, motociclette, Puffi, carrozzine dei Cicciolotti con dentro Cicciolotti, e altri innumerevoli esemplari di edilizia friabile contenuta nelle Uova Kinder costituivano il resto del tessuto urbano. Radunato tutto, potevano finalmente farsi una città come piaceva a loro.

Si partiva sempre dallo stesso inizio: “Qui c’è casa nostra”. Al centro. Eccola lì, la riproduzione di cartone di un villino provenzale, che nella loro nordica città sarebbe risultata azzardata perfino per un architetto neomelodico. Accanto, ci mettevano la casa dei nonni, la casa dell’altra nonna, quelle degli zii, degli amici, e della signora Marina che veniva a fare le pulizie una volta la settimana, e che in verità abitava lontanissima per cui arrivava sempre in ritardo. La mamma diceva sempre che sarebbe stato bello se la casa di Marina fosse stata dall’altra parte della strada, ed ecco fatto.

Grazie a questa accorta disposizione, erano eliminati per sempre i tediosi tragitti in macchina per andare a trovare la gente. Come a Paperopoli, il loro modello di riferimento, le persone care erano tutte raggiungibili fischiettando e girando l’angolo.

Sempre nelle immediate vicinanze di casa loro, sistemavano l’ufficio di papà, quello della mamma, e La Giraffa, il loro negozio di giocattoli preferito, che costruivano mettendo uno sull’altro alcuni Lego e piazzando sul tetto una giraffina del sacchetto Animali del Safari acquistato dal giornalaio. “Questa è l’insegna”, spiegava la sorella.

Ora la città era molto comoda, e i fratelli sospiravano soddisfatti. Aggiungevano qualche cinema, un McDonald’s, una banca per andare a prendere i soldi nel bancomat, e un Supermercato per fare la spesa. Dopodiché, entrava in massa la vegetazione.

Oltre a tutti gli alberi reperibili nella scatola del presepe (ed ecco perché la loro città strabordava di palme) i fratelli recuperavano altre forme di verde da altri giochi, con l’intesa però che indipendentemente dall’apparenza gli alberi fossero in realtà ciliegi, meli, banani, albicocchi, peschi. Questa idea semplice e geniale era venuta al fratello un pomeriggio, elaborando la felice esperienza di quando domenica avevano raccolto le ciliegie direttamente dall’albero a casa di una prozia.

“Aspetta un attimo!” aveva detto mentre sistemavano i quattro parchi cittadini. “Facciamo che sono alberi da frutta! Invece di tutti quegli alberi che hanno soltanto le foglie, mettiamo meli e roba del genere così tutti possono andarsi a prendere la frutta gratis!”

Nella loro città, dunque, tutti potevano andare a prendere la frutta gratis, e anche chi non aveva niente da mangiare se la sfangava.

“Ma le banane crescono, da noi?” si preoccupava la sorella. “Perché le banane sono più nutrienti. Anche per i bambini degli zingari, tipo, vanno meglio le banane.”

“Boh, credo di sì.” Il fratello era così, aveva buone idee, ma era irrimediabilmente cialtrone.

Oltre a dare una bella botta risolutiva al problema dell’alimentazione degli indigenti, gli alberi erano molto utili anche per i cani. Nella loro città, infatti, la prima regola era che i cani potevano fare pipì e popò ovunque gli paresse, e che a pulire ci avrebbero pensato gli Spazzacacche, un reparto speciale del Comune che si sarebbe dedicato esclusivamente a quel compito. Gli Spazzacacche avevano sacchi verdi, paletta, guanti e, aveva pensato il fratello, gli Ipod, così mentre facevano il loro sporco lavoro si potevano distrarre ascoltando la loro musica preferita. Oltre a quelle dei cani, gli Spazzacacche dovevano pulire anche quelle dei cavalli, uno dei mezzi di trasporto abituali nella loro città.

Le strade erano attrezzate: accanto alla parte centrale asfaltata liscia, c’erano sempre due larghi bordi erbosi, dove poter trotterellare in santa pace con Apache, Rupied, Tuki e altri cavalli amati. Le carrozze, le biciclette, i pattini a rotelle, gli skateboard e i monopattini viaggiavano al centro. Le macchine potevano circolare anche loro, nessuno aveva niente contro le macchine, semplicemente, nella loro città non piacevano molto. Ce n’erano, per carità. Soprattutto, c’erano furgoncini, camion dei pompieri e una grossa, invadente betoniera gialla, ma giracchiavano soltanto in caso di fretta estrema o necessità. In compenso, quello che mancava vistosamente nella città dei fratelli Aghemo erano i vigili. Nessuno dava o prendeva multe. La multa, questa sconosciuta.

Chiunque poteva parcheggiare ovunque, per tutto il tempo che voleva, e di conseguenza i padri di Pongo e le madri Playmobil erano sempre di ottimo umore. In generale, era una città in cui il tempo era una prerogativa individuale: i negozi aprivano e chiudevano quando volevano, a scuola si entrava sempre, e si usciva appena non se ne poteva più, e nessuno era mai in ritardo, nessuno era mai in anticipo, non c’era la fretta e neanche il traffico, si entrava si andava si usciva si tornava trotterellando sull’erba o biciclettando in santa pace, peccato solo per quei continui, incessanti, fastidiosi attacchi terroristici.

Ogni tanto, mentre erano impegnati in pacifiche attività cittadine, ad esempio portare i Minipony al Supermercato o lanciarsi in forma di Diabolik piccolo nero di plastica dal tetto di casa della nonna, sorella e fratello venivano rasi al suolo dai grattacieli del Latte, vittime dell’ennesimo attacco dei Terroristi di Marte.

“Tanto per cominciare,” puntualizzava la sorella rialzandosi a fatica da sotto le macerie, “i terroristi non sono marziani. Sono terrestri.”

“E poi te l’ho detto di disintegrare i grattacieli da un’altra parte. Se me li fai crollare addosso ancora una volta ti spacco le gambe,” diceva il fratello, molto minaccioso.

Carlo mugugnava qualcosa a proposito della mamma, e si ritirava in periferia. Ma un giorno, questo giorno di cui stiamo parlando, Carlo si stufa dei limiti imposti al suo essere terrorista, e urlando “Io sono un terrorista marzianooo!!!” bombarda tutto, ma tutto: non soltanto le casette del latte, ma anche gli alberi da frutta, la casa di Marina, la Giraffa e i pigri ex vigili trasformati in molli pensionati sulle panchine dei quattro parchi.

Fratello e sorella lo menano, e mentre lui corre dalla mamma, loro guardano l’ora. Sette e mezza, fra pochissimo si cena, la ricostruzione è rimandata a domani. Degli appalti, discuteranno lungo la minestrina.

 

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