Le parole dell’abitare Stampa Email

Manuela Olagnero


Nuovi bisogni,
nuovi modi,
nuove categorie
richiedono maggiore
validità e attendibilità
alle parole delle
politiche abitative

In un recente scritto sull’imparare la democrazia (1) Zagrebelsky indicava nella “cura delle parole” uno dei contenuti minimi necessari all’ethos democratico. Tanto più equa la distribuzione delle parole e tanto maggiore la precisione e univocità dei significati, tante più garanzie di sfuggire a inganni e sopraffazioni. Quando la politica si converte in azioni di policy le parole usate devono calarsi su oggetti dai significati stabili e condivisi.

Si potrebbe dire che i nuovi bisogni e modi di abitare che stanno sviluppandosi nelle nostre città, legati alla fine di una formazione sociale che aveva riprodotto, nella domesticità abitativa, la stabilità del lavoro e della famiglia, sottopongono le politiche abitative a un severo test di validità e attendibilità delle parole con cui raccontano se stesse, le loro pratiche e i loro destinatari.

La declinazione convenzionale della questione abitativa come emergenza, disagio e povertà, pur continuando a essere adatta a evocare lo svantaggio di chi non ha una casa o vi abita senza il comfort sufficiente, non riesce più a contenere la pluralità e la difformità dei bisogni connessi a nuovi modi di abitare che si affermano negli ultimi dieci-quindici anni (2). Questi nuovi bisogni non segnalano né una privazione, né un’incapacità, ma nascono da un mis-matching tra cambiamenti di ritmo del corso di vita, da un lato, e da rigidità e inerzie dell’offerta abitativa dall’altro e sono raccolti a fatica dalla grammatica, prevalentemente classificatoria, delle politiche, in cui ad esempio non figurano, o ci stanno appena entrando, termini come stress o rischio abitativo (3).

Si può parlare di stress quando le difficoltà dell’abitare siano addebitabili all’esercitarsi di una pressione che diventa troppo forte per essere sopportata, da individui e famiglie, a condizioni immutate; oppure quando, pur in presenza di capacità e autonomia individuale, non si riesce a raggiungere il traguardo abitativo desiderato.

Si considerino situazioni in cui sia difficile o costoso uscire da precedenti sistemazioni abitative non più compatibili con una nuova situazione (anziani che vivono soli in case troppo grandi o disabili alle prese con insuperabili barriere architettoniche) o persone che coabitano in spazi ristretti (immigrati a ridosso dell’arrivo; famiglie che crescono, ma rimangono intrappolate in alloggi troppo piccoli). Si tenga conto degli alti costi dell’accesso alla casa per quella popolazione (come giovani coppie con lavoro precario) che dovrebbe poter stare “leggera” sul territorio. Si pensi poi anche a madri o padri soli con figli piccoli, in transito da una precedente ad una futura sistemazione abitativa, ricercata come più adeguata alla nuova forma di convivenza, ma tale da non richiedere un investimento eccessivo e di lunga durata.

Vi è poi un repertorio di situazioni rubricabili sotto la categoria del rischio abitativo, che ha a che fare con la probabilità di una perdita, o di una diminuzione dell’equilibrio su cui si reggeva un precedente assetto abitativo. Si può perdere l’alloggio in cui si abita (perché costa troppo mantenerlo, perché non si è solvibili con la banca che ha erogato il mutuo, perché non si riesce a pagare l’affitto richiesto dal proprietario o a comprare l’alloggio di cui si era affittuari), ma anche si può mancare il turno o l’occasione per entrarci (strutturalmente l’accesso alla casa richiede lunghi tempi di attesa, titoli per competere nelle liste pubbliche o nelle preferenze dei privati, capitale sociale) (4)..

Vi è infine una classe di richieste nel segno di una domanda di casa indirizzata a “usare” la città senza che ci si viva stabilmente: lavoratori mobili, studenti pendolari, personale impegnato in stage, persone costrette a lunghi soggiorni in città diverse dalla propria per curare familiari ammalati, ecc. Tutti costoro inseguono una soluzione abitativa provvisoria, ma spesso diversa dal “residence” o dalla camera ammobiliata.

Per mettere ordine in questa scena affollata di difficoltà e connesse richieste di soluzioni, non basta, da parte delle politiche pubbliche, la semplice catalogazione di bisogni tipici, attribuibili ad altrettanto gruppi amministrativamente definiti (tradizionalmente figure come l’inquilino sfrattato, l’immigrato senza tetto, l’anziano povero).

Occorre innanzitutto un lessico più preciso che introduca, attraverso le necessarie specificazioni temporali (di fase della vita o di durata nella condizione, ecc.), l’idea che molte criticità abitative siano connesse a transizioni biografiche o a congiunture esterne. In tutti questi casi la casa non si configura né come destinazione finale di un percorso di investimento privato né come risultato “straordinario” di una redistribuzione della quota residua di alloggi sottratti al mercato, ma come un ponte, pensato, progettato (e magari anche dotato di regole concordate tra pubblico e privato), per sostenere il passaggio da una congiuntura all’altra nel corso della vita.

L’idea della residenza temporanea combina adeguatamente la indifferibilità di specifici bisogni con l’aspettativa che essi si risolvano, sotto il controllo e la capacità progettuale dei soggetti coinvolti, entro un intervallo di tempo limitato.

Ovviamente questi bisogni abitativi non possiedono la capacità di comunicare allarme sociale, o di imporre una scala di priorità all’agenda degli interventi pubblici, che è invece tipica delle situazioni di grave disagio o povertà. Essi tuttavia mostrano che la solvibilità economica o la capacità di tenere sotto controllo gli eventi della vita non bastano a rendere i soggetti coinvolti del tutto impermeabili all’ansia, alla sfiducia o anche al deperimento delle risorse “iniziali”.

Alle politiche abitative giunge dunque la richiesta non solo di modulare risposte progettate per intercettare bisogni che variano nel tempo, ma anche di impedire che, lasciata completamente sola a muoversi nei labirinti del mercato, la provvisorietà dei bisogni abitativi possa trasformarsi in precarietà della vita.

 

(1)   G. Zagrebelsky, Imparare democrazia, Einaudi, Torino, 2007.

(2)   Quello dell’emergenza e della povertà abitative è un terreno che si sta estendendo a seguito dei processi di precarizzazione della vita di vasti segmenti della popolazione (A. Tosi, Nuove povertà abitative e nuovi requisiti di efficacia per le politiche della casa , in “Questione giustizia”, n. 1, 2008., pp.115-124).

(3)   Si vedano le voci stress e rischio in M. Olagnero, G. Cavaletto, a cura di, Transizioni biografiche. Glossario minimo, Libreria Stampatori, Torino, 2008.

(4) M. Olagnero, La questione abitativa e i suoi dilemmi, in “Meridiana”, n. 62, 2008



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[Foto di Luicio Beltrami]